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Salvini rischia meno di Berlusconi

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Sull'immigrazione i nemici di Salvini hanno forse deciso di consegnare l'Italia a Salvini? Una domanda forse maliziosa ma che viene spontaneo porsi dopo l'azzardato voto con cui i senatori della maggioranza di governo hanno dato il loro placet al suo processo per la gestione degli immigrati della Gregoretti. Non solo perché, come nella più classica eterogenesi dei fini, questa decisione anziché azzoppare rischia di trasformarsi in un potente, graditissimo assist per il Capo dell'opposizione. Che uscito malconcio dal voto delle ultime regionali si ritrova, non certo per suo merito e per di più su un terreno a lui graditissimo, al centro del dibattito politico nazionale. Ma soprattutto in ragione del fatto che gli alleati di governo, forse dimentichi del passato, non si sono forse resi conto di quanto pericoloso sia, visti anche gli attuali complicati equilibri parlamentari, tornare ad alzare i toni e stuzzicare l'umore della pubblica opinione sul delicato tema dell'immigrazione. Senza contare, inoltre, che agli occhi di molti la vicenda presenta un lato se non sospetto quantomeno curioso. Infatti le forze politiche che oggi dicono sì al processo sono le stesse che ieri, per evitare che il caso fosse usato da Salvini per fare propaganda all'opa politica lanciata per il governo dell'Emilia-Romagna, avevano invece fortemente voluto che si rinviasse ogni decisione a dopo le elezioni regionali. I problemi, però, non finiscono qui. Intanto perché visti i tempi della giustizia e l'oggettiva scivolosità giuridica dei capi di accusa è poco ma sicuro che il contenzioso andrà avanti, con tutte le immaginabili conseguenze, per lunghi mesi. Ma soprattutto perché c'è da dubitare, come invece pensano e sperano i suoi accusatori, che una eventuale condanna del leader leghista sia accolta dalla pubblica opinione con lo stesso silenzio-assenso a suo tempo da essa riservato a quella inflitta a Berlusconi per i suoi stravizi notturni. Che sanzionato come incandidabile nel 2017 non poté partecipare alle elezioni dell'anno successivo finendo relegato, per lunghi anni, nel retrobottega della politica nazionale.