Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

Il coronavirus non ferma i cervelli immigrati cinesi

10.02.2020 - 12:00

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La vox populi sul coronavirus rischia di riportare al 1882 le lancette dell’orologio della storia dell’immigrazione cinese negli USA. All’epoca il Congresso americano con il Chinese Exclusion Act decretò il blocco degli ingressi dalla Cina. Fu la prima volta che Oltreoceano una legge formalizzava un sistematico meccanismo di esclusione e discriminazione nei confronti di una determinata comunità straniera. Un record assai poco onorevole che assecondava il diffuso comune sentire che vedeva negli immigrati orientali un vero e proprio yellow peril, un pericolo giallo, come si leggeva persino nella più autorevole stampa statunitense. Ai cinesi si attribuiva di tutto: traffico di droga, atti di pedofilia, violenza, furti, contagio di malattie di ogni genere, etc. Tant’è che soltanto nel 1965 il governo americano tornò sui suoi passi con l’approvazione dell’Immigration and Nationality Act che riaprì anche agli immigrati orientali le porte degli Stati Uniti. Ma è solo dal 1979, con la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Washington, che i flussi migratori dalla Cina verso gli USA tornano ad essere costanti e crescenti. Fino al punto che oggi tra le comunità straniere più numerose Oltreoceano quella cinese è salita al terzo posto (5,5% del totale), alle spalle di messicani e indiani.

Ma ciò che più conta è che con la quantità è cambiata anche la qualità degli immigrati cinesi che lasciano la madrepatria sedotti dall’american dream. Fino agli Novanta del secolo scorso rappresentavano, infatti, il prototipo della manodopera straniera a basso costo, poco integrata e molto sfruttata, soprattutto nei settori agricolo, edile e minerario. Oggi non è più così. Più che le braccia sono sempre più i cervelli cinesi a trovare casa e lavoro negli Stati Uniti.

A confermarlo è il dettagliatissimo rapporto Chinese Immigrants in United States di Carlos Echeverria-Estrada and Jeanne Batalova, appena pubblicato dal Migraton Policy Institute. Dal quale emerge che la comunità cinese americana è una vera e propria eccellenza internazionale. Sono al primo posto tra gli studenti stranieri nelle Università d’Oltreoceano e secondi solo agli indiani per numero di permessi di lavoro altamente specializzato (H-1B) ottenuti nel 2018.

Un fiume di talenti orientali che peraltro primeggia nei comparti chiave per le moderne democrazie occidentali: scienze, tecnologie, ingegneria e matematica, riassunti dall’acronimo inglese STEM. Senza contare che fanno registrare tra i più bassi tassi di criminalità e fra i più alti livelli di integrazione. Insomma, da appestati a super ricercati. Sarà forse questo il loro vero vaccino contro i sintomi sociali del coronavirus.

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