ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

ll Mediterraneo nuovo centro della crisi mondiale

02.12.2019 - 12:00

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Maurice Aymard, massimo esperto mondiale di geopolitica del Mediterraneo, allievo di Fernand Braudel, spiega ai lettori di West come e perché quello che i romani definivano Mare Nostrum si è globalizzato, diventando il nuovo centro della crisi mondiale. 

Perché lei sostiene che il Mediterraneo da Mare Nostrum è diventato globale, un moltiplicatore di instabilità?

Prima di rispondere è utile fare qualche passo indietro nella storia. Ricordando, per esempio, che il Mediterraneo fu ribattezzato Mare Nostrum dai Romani a suggello del loro dominio. Che divenne pressoché assoluto dopo la sottomissione delle colonie greche dell’Italia meridionale; l’annientamento della talassocrazia punica dell’Africa del Nord; della penisola iberica e, uno dopo l’altro, dei vari regni ellenistici del Mediterraneo orientale. Roma divenne così potenza unica in grado di avere in pugno, per due-tre secoli, il bacino mediterraneo. Sia marittimo che costiero. Ma dalla seconda metà del II secolo dopo Cristo fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente le frontiere del Reno e del Danubio cominciarono ad essere sistematicamente attraversate da popolazioni europee nord orientali e dell’Asia centro-settentrionale. Le prime scalzarono il potere di Roma dalla penisola iberica con i Visigoti e da quello nord africano con i Vandali. E, al contempo, l’Impero d’Oriente accettò l’arrivo e poi l’insediamento degli slavi nella penisola balcanica e dei turchi in Anatolia. Invasioni a flusso continuo che in Europa finirono per esaurirsi alla fine del primo millennio e che, invece, in Asia minore proseguirono ancora a lungo. A guardar bene, dunque, il Mediterraneo ha conosciuto tre secoli di stabilità e di calma (spesso solo apparenti) di pax romana e sette/otto di instabilità permanente. Che determinarono una serie di cambiamenti irreversibili sul piano etnico e linguistico. Che le istituzioni eredi di Roma hanno cercato di fronteggiare in due modi. Da una parte concedendo quanto potevano e dall’altra facendo muro con l’unica arma di cui disponevano: la cristianizzazione. Finendo però per lasciare mano libera all’Islam di mettere radici e conquistare irreversibilmente i paesi rivieraschi del Mediterraneo meridionale. Passando dalla storia di ieri a quella contemporanea dobbiamo prestare attenzione alla grande svolta intervenuta nelle migrazioni mediterranee tra la fine del ‘900 e i primi anni del 2000. Quando dopo un secolo e mezzo cessò la grande ondata migratoria euro mediterranea transoceanica e il Mediterraneo divenne il centro di una nuova catena migratoria. Fatta da migranti che non vengono più, così come fino allora avvenuto, solo dalle sue “periferie”nord africane, come il Marocco o l’Algeria, ma dall’Africa sub sahariana. Non più solo dal Medio Oriente ma dall’Asia. Oggi la circolazione degli uomini da una sponda all’altra non si limita più ai popoli dell’antico circondario. Ma si è allargata assumendo dimensioni mondiali. Insomma, c’è stata una dilatazione del Mediterraneo che ha superato la fascia costiera per arrivare al ventre dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Un fenomeno di dimensioni intercontinentali, mondiale. Caratterizzato dalla nascita di un nuovo sistema di reti, informali e spesso illegali, atte a canalizzare questo nuovo tipo di mobilità. Che rappresenta un fattore di crisi per le amministrazioni pubbliche, disarmate di fronte a dei flussi che non possono controllare, limitare, né tanto meno bloccare: la proibizione è sempre il migliore incentivo al contrabbando. Ai governi non resta altro che, come si dice, fare buon viso a cattivo gioco. Non fosse altro perché l’invecchiamento della popolazione europea necessità degli immigrati per finanziare le pensioni dei suoi anziani. Una situazione che se anche molto difficile, con un pizzico di fantasia e di coraggio non è impossibile da gestire.
Mentre il Mediterraneo si globalizza, l’Europa tende a chiudersi in se stessa. Non crede che lo scontro tra sovranisti e non rischia di trasformare il Vecchio Continente nella periferia del mondo?

Tutti i paesi dell’Europa occidentale prima, meridionale dopo, e orientale (dopo la caduta della cortina di ferro) hanno « bruciato » le loro riserve di mano d’opera rurale per alimentare la crescita delle loro economie, del loro mercato interno, delle loro città. Hanno bisogno di lavoratori immigrati come avevano bisogno (e lo gridavano in piazza quindici anni fa) di badanti e occuparsi dei loro anziani. Ma elaborare e, soprattutto, fare accettare alle pubbliche opinioni nazionali politiche all’altezza di queste sfide richiede tempi lunghi e grandi capacità di convincimento. E grandi doti di gestione da parte delle amministrazioni. Non si tratta di fare miracoli ma di utilizzare, al meglio, gli spazi di manovra disponibili per fronteggiare la grande complessità dei fattori in gioco.

Gli immigrati che attraversano il Mediterraneo per arrivare in Europa, sono i più poveri tra i poveri e in fuga da guerre oppure sono la conseguenza della crescita economica e di quei profondi cambiamenti che attraversano l’Africa del XXI secolo?

Non sono mai gli ultra-poveri che migrano. Migrare ha un costo (umano e anche finanziario), e rappresenta un investimento, che mobilita le risorse e gli appoggi delle famiglie allargate. Mentre la crescita demografica della Cina si fermerà nel 2040-50, l’aumento della popolazione mondiale nella seconda metà del nostro secolo si concentrerà sull’Africa sub-sahariana che deve colmare un enorme ritardo accumulato nel corso dei secoli, e vedrà anche aumentare fortemente la percentuale della sua popolazione urbana. Non dobbiamo dimenticare che, malgrado tutti i discorsi politici ostili ai nuovi arrivi, le migrazioni significano sempre un trasferimento di ricchezze dai paesi di partenza che hanno prodotto ed educato i loro migranti, verso i paesi d’arrivo che potranno raccogliere il frutto del loro lavoro durante i decenni della loro vita adulta.

Com’è possibile rilanciare l’immagine dell’Europa? Si potrebbe, ad esempio, scommettere sulla comunitarizzazione delle politiche migratorie come avvenne con la moneta unica?

La comunitarizzazione dell’immigrazione è il vero, più efficace modo per mettere a tacere i nemici degli immigrati. Così com’è vero che non si possono vendere favole e non ricordare che i migrati finiranno per andare là dove vogliono. E che le decisioni prese dall’alto possono rallentare e, talvolta, anche bloccare, temporaneamente, i flussi d’arrivo. Ma, come la storia insegna, saranno sempre gli “ospiti” a decidere dove e da chi farsi ospitare. In fondo, forse, è meglio così.

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