Per la Von der Leyen la riforma dell’asilo è un obbligo

Per la Von der Leyen la riforma dell’asilo è un obbligo

11.09.2019 - 12:00

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La solidarietà non può dipendere da una posizione geografica, la Convenzione di Dublino sui richiedenti asilo deve essere riformata. Sante parole, quelle pronunciate oggi dalla neo-presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen durante la conferenza stampa convocata a Bruxelles per annunciare i portafogli dei suoi commissari. Per la semplice ragione che la Convenzione siglata nella capitale irlandese da 12 Stati UE nel 1990, entrata in vigore nel 1997, aggiornata nel 2003 e nel 2013, è oggi carta straccia. Non è più sufficiente a garantire sicurezza e diritto d’asilo in Europa.

Per capire il perché, partiamo da quello che ormai da quasi trent’anni è il suo principio-guida. In base al quale i cittadini extracomunitari in fuga dai paesi di origine a causa di guerre o persecuzioni per motivi di natura politica o religiosa, possono fare richiesta di asilo solo nel primo paese membro dell’Ue in cui arrivano (one step, one shop). Una norma allora pensata per risolvere due problematiche:

Asylum shopping, cioè il rischio che uno stesso soggetto facesse domanda d’asilo in più Stati.
Rifugiati in orbita, ovvero richiedenti asilo che venivano rimbalzati da uno Stato all’altro per conflitto di competenza.

Per lungo tempo, fin quando la pressione migratoria, prima dall’Europa dell’Est, poi dai Balcani e, infine, soprattutto dal Nord Africa non ha raggiunto livelli allarmanti, la Convenzione è rimasta in vita solo sul piano squisitamente formale, in forza di un compromesso tacito tra gli Stati dell’Europa mediterranea e quelli mitteleuropei. Nonostante i vincoli imposti da Dublino, i primi si sono fatti sempre carico da soli dell’onere di ricevere i richiedenti asilo e garantire loro una prima assistenza, consentendo, tuttavia, a coloro che rifiutavano di farsi registrare e fotosegnalare, di chiedere formalmente rifugio nel Nord Europa, che li accoglieva di buon grado vista l’elevata domanda di manodopera straniera. Solo così si spiega perché, dati Eurostat e Unhcr alla mano, tra gli Stati UE, a registrare il maggior numero di rifugiati pro-capite sono per lo più quelli lontani dalle frontiere calde dell’immigrazione, come, ad esempio, la Svezia.

Questo silenzioso patto tra Nord e Sud Europa sulla distorta applicazione della Convenzione di Dublino, è saltato con la Primavera Araba del 2011. Le proteste di piazza in buona parte dello scacchiere nordafricano hanno spazzato via i regimi autoritari che per decenni, sia pur con alti e bassi, avevano garantito ai partner europei un filtro alla pressione migratoria dall’Africa sub-sahariana. Con il risultato che, specialmente nel triennio 2014/2015/2016 il numero dei richiedenti asilo nell’Europa mediterranea ha raggiunto cifre spaventose, mai registrate prima. Cosa che ha spinto i leader dei governi mitteleuropei (ad eccezione di Angela Merkel), intimoriti dall’onda populista anti-immigrati al loro interno, a chiedere a quelli del Sud quello che per ragioni opportunistiche di cui sopra, non avevano mai richiesto: il rispetto della Convenzione di Dublino. Addossando sulla Grecia e Italia l’onere di valutare migliaia di domande d’asilo da parte di soggetti desiderosi di raggiungere i più ricchi stati mitteleuropei. Un compito tanto più arduo se si tiene conto del fatto che i molti casi di diniego, viste le complesse procedure di rimpatrio, hanno ingrossato le fila di un esercito di fantasmi sul territorio italiano e greco.

Il bandolo della matassa sta tutto qua. Non mancano le soluzioni per sbrogliarlo. Si potrebbe, ad esempio, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Ursula Von der Leyen sembra avere le idee chiare in proposito. Meno convincente, tuttavia, la sua scelta di affidare un portafoglio dal peso massimo, qual è quello dell’immigrazione al rappresentante (Margaritinis Schinas) di uno Stato, la Grecia, peso-piuma. Decisione che ricalca quella presa a suo tempo da Jean Claude Junker che affidò il medesimo delicatissimo incarico, al greco Dimitris Avramopoulos. Se il buon giorno si vede dal mattino…

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