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Draga, una rom che ha imparato un'altra vita

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Selene Bisi
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Insegnate a un bambino che rubare è la cosa giusta da fare ed è esattamente questo che il bambino imparerà: rubare. Diventerà a sua volta un adulto che darà lo stesso insegnamento ai propri bambini. Ma se questa catena viene spezzata quell'adulto capirà i propri sbagli e insegnerà ai figli che esiste un'altra possibilità. Questa è la storia di Draga. Nasce in Bosnia, nella comunità rom, 35 anni fa, ma quando ha appena qualche mese, tutta la sua famiglia si sposta in Italia. “A otto anni già rubavo. Andavo con le mie amiche in centro e facevamo scippi, borseggi”. Cresce così, scappando da scuola e andando a rubare. Trascorrono in questo modo le sue giornate e la sua vita, convinta, perché è questo ciò che ha appreso, di fare la cosa giusta perché le hanno detto che è l'unica strada possibile. Intanto, a 22 anni, diventa madre per la prima volta. Certo non tutti i rom fanno questa vita, ma Draga sì e non si vergogna ad ammetterlo. E non si vergogna perché ha pagato le proprie colpe. Grazie al carcere e passando per un percorso di dolore e di rieducazione, ha messo in discussione tutto ciò che le era stato insegnato dalle persone che amava. E' stata costretta a capire nell'inverno di qualche anno fa, in un giorno di cui si ricorda ogni minimo particolare. “Arrivarono i carabinieri al campo e da lì cambiò la mia vita”. Per Draga e per il suo figlio più piccolo, di appena un anno, si aprono le porte del carcere. “Là ho provato davvero, per la prima volta, cosa significa il dolore. Ho capito cosa significa stare senza i propri figli”. La giovane donna sente la nostalgia dei figli maggiori, ma allo stesso tempo soffre perché, per i suoi sbagli, sta pagando anche il piccolo. Sono figli innocenti di madri colpevoli e con loro scontano pene a cui non sono condannati. “Ero distrutta, avevo paura che non mi avrebbero mai più fatto vedere i miei bambini, mi chiedevo cosa sarebbe stato di me, di loro, della mia vita. Stavamo in questo stanzone con 14 letti, sette per noi mamme e sette per i nostri piccoli, un tavolo al centro e due finestre. Per me non c'era cosa più brutta di non poter dare neanche una merendina a mio figlio quando me la chiedeva. Non avevo nulla. E allora aspettavamo il carrello con i pasti”. Il carcere per Draga è stata la salvezza, perché nessuno si salva da se stesso se non è messo nella condizione di riflettere su ciò che ha fatto. La privazione della libertà, il timore di non poter vedere più i figli e il senso di colpa per aver condannato il più piccolino a un'ingiusta reclusione, la spinge a rivedersi. I colloqui con gli educatori e gli psicologi le hanno mostrato tutte le possibilità che avrebbe avuto, scegliendo di cambiare vita. Possibilità che non sapeva neanche esistessero. “Quando è finita la pena, sono uscita dal cancello, il cuore mi batteva fortissimo. Ho cominciato una nuova vita in una comunità che mi ha accolta e dove mi do da fare, aiutando nei lavori domestici e nell'assistenza ai disabili. Oggi il mio obiettivo è una vita normale, fatta di piccole cose. Che poi, ora lo so, sono quelle grandi”. Ed è questo il messaggio che vuole dare alle ragazze che sono nella medesima realtà in cui era lei, prima della detenzione. “Non scegliete quella vita. Se vi dicono di rubare, scappate. Che vita è quella in un continuo dentro e fuori dal carcere? Studiate, trovate un lavoro, c'è un'altra vita possibile”. Negli occhi intelligenti e profondi di Draga si legge ancora il rimorso per tutti gli errori del passato, ma anche la consapevolezza di aver pagato la propria pena con lo Stato e soprattutto con se stessa. Ecco perché ha potuto ricominciare, ecco perché la sua storia ci insegna che non esistono destini tracciati una volta per sempre. Perché se è vero che siamo quello che impariamo, quello che ci viene insegnato, è anche vero che la vita può improvvisamente cambiare i nostri maestri e mostrarci nuove strade da percorrere.