Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Roger e i suoi cani

Renzo Massarelli
  • a
  • a
  • a

Via del Conventuccio ha tutti i pregi e tutti i difetti dei vicoli perugini. E' triste e silenzioso, fuori dal tempo, sconosciuto ai più perché non ha sbocchi. Insomma un vicolo cieco che non attira la curiosità di nessuno. Si può abitare per anni a poche decine di metri da questa via senza averla mai vista se non da lontano, salendo su per via Guerriera. Via del Conventuccio appartiene solo a chi ci abita. La metafora perfetta della decadenza di un tessuto urbano sfibrato dalla solitudine. Proprio in un posto come questo, isolato e pur al centro di un quartiere ancora vivo e desiderato, era finito un uomo che non aveva una casa. Un senzatetto. Non avere una casa dove stare è come vivere una vita senza sbocchi. Perdere se stessi e qualsiasi via d'uscita. Lo chiamavano Roger anche se non era questo il suo nome. Un nome, talvolta, non vuol dir nulla ma si adatta benissimo alle persone che di un nome vero non hanno più bisogno. A chi è successo? a quello dei due cani? Quando Roger è morto in un appartamento avuto in prestito in via del Conventuccio, per capire a chi fosse capitata la disgrazia di morir soffocato per vincere il freddo di una stanza senza più corrente elettrica si poteva usare questo dettaglio. Quello dei due cani. Così, quando i suoi due compagni inseparabili sono sopravvissuti al disastro e lui se n'è andato tra il fumo assassino di una fiamma incontrollata è su di loro che è rimasto il peso di una testimonianza senza parole. Nella zona di Corso Cavour non si poteva non conoscerlo. Ma chi era l'uomo con i due cani che gli camminavano davanti liberi mentre lui, un senzatetto, esibiva perennemente, facendolo ruotare, un mazzo di chiavi misteriose. Quali porte avrebbe potuto mai aprire se non quelle di qualche panchina, come ai giardinetti dei Tre Archi, e di qualche angolo riparato dal vento in via del Cortone? In realtà dove dormisse Roger non era facile capirlo, però la mattina era sempre lì, bello fresco, lungo i marciapiedi, in qualche bottega a chiedere qualcosa, in un bar a parlare, a cercare un luogo frequentato dalla gente normale del Corso. Roger non era un barbone, un clochard, una persona dai capelli arruffati e puzzolenti, ma era diverso lo stesso. Persino i suoi cani sembravano diversi da tutti gli altri che passeggiano sui marciapiedi al seguito dei loro padroni. Erano meno curiosi e più rassegnati. La diversità di Roger era testimoniata da alcuni fatti obiettivi. Non era italiano, non aveva una casa, non aveva un lavoro. E poi le diversità, le tante diversità del mondo, non si possono mai nascondere anche se Roger a nascondere la sua qualche volta ci provava, ma sino a un certo punto. Non era umile come un mendicante né timido come tanti poveri. Alla fine non riusciva che ad essere se stesso, con lo sguardo alto e il petto in fuori. Si può dire che la sua famiglia era tutto il quartiere che, in qualche modo, lo aiutava? Si e no. I negozianti lo aiutavano, certo. L'ultima sera disgraziata aveva chiesto un pasto al ristorante dalla Bianca, doveva ripassare per ritirare il pacchettino, ma non è più tornato dal suo vicolo senza uscita, ma che facesse parte del presepe del Borgobello, di un posto dove convivono tante realtà è difficile sostenerlo. Però c'era ed anche lui era il quartiere, certo. Dicono avesse un brutto carattere. In realtà il vino era il suo brutto carattere e il vino è l'alimento dei poveri e, spesso, la loro condanna. Così Roger veniva aiutato e veniva sopportato. L'una e l'altra cosa. Aveva trovato persino un locale offerto da una signora che stava da un po' in ospedale, ma poi l'ha ucciso non il freddo della notte passata su qualche panchina, all'aperto, ma il fumo improvviso di un fuoco in una stanza qualsiasi di via del Conventuccio e a pochi passi dai Tre Archi dove, la sera, si inizia la caccia all'ultima panchina. Alla fine sono restati i suoi cani, i sopravvissuti del grande falò. La loro vicenda ha commosso il quartiere non meno o forse più di quella del loro padrone. Gli animali sono sempre innocenti e qualche volta servono a cancellare i nostri sensi di colpa. Beh, non sono finiti al canile municipale, anzi. Cesare, il titolare di una copisteria di Corso Cavour, dopo l'intervento dei veterinari, li ha adottati. Adesso, almeno loro, finalmente, hanno un tetto.