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Alla vigilia del voto

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Renzo Massarelli
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Scorriamo le liste sui manifesti elettorali e ci sembra di leggere l'elenco telefonico. Da dove esce tutta questa gente, che faccia avrà e cosa avrà fatto mai nella vita per far parte della meglio gioventù di questa regione? E perché dovremmo votarla? Va bene, c'è qualche consigliere uscente, qualcun altro in via di trasferimento da qualche altro ente, non conosciamo un gran che, in verità, nemmeno questi se non, come si dice, di nome. Ormai i politici li scegliamo al mercato elettorale e poi ce ne dimentichiamo. Li mettiamo da qualche parte e poi li abbandoniamo al loro destino sino a che diventano sempre più oggetti inutili, ombre senza parole. Chi ha l'età per ricordarsi la vigilia delle prime elezioni regionali, nel 1970, può misurare l'enormità della differenza che corre tra quel tempo e quello nostro. Niente nostalgia, ma una volta tanto i conti con la storia si dovranno pur fare, altrimenti come possiamo capire il senso del tempo che stiamo vivendo e, volendo, di quello che è trascorso? Per questo tanta gente non va più a votare. Perché dovrebbe farlo se la politica non smuove più le nostre passioni e, alla fine, incide così poco nella nostra vita, in quella dei nostri figli, nei bisogni concreti delle persone? Adesso dovremo scegliere tra un algido ex sindaco di Assisi che non è mai piaciuto a Berlusconi e una presidente uscente, ex sindaco di Todi, che forse non piace a Renzi. Pazienza. Due, soprattutto, ex primi della classe, bravi per ognuna delle parti che rappresentano, preparati, dopo tanti anni di pratica dietro le loro scrivanie. Li ascoltiamo mentre muovono le labbra davanti alle telecamere e ci chiediamo qual è la cosa migliore che hanno fatto in questi cinque anni per convincere gli elettori a votarli. Intendiamoci, abbiamo una classe politica che è figlia del nostro tempo, non abbiamo neanche alcun impresentabile, l'ultima invenzione di queste elezioni, forse l'unica novità. Gli impresentabili. Sembra il titolo di un film. Possiamo rallegrarci per questo? Beh, dati i tempi che corrono si può. Domenica 31 maggio andremo a votare per uno di quei candidati i cui nomi appaiono nelle liste elettorali nei manifesti incollati sui muri delle città, candidati che, se giocassero al calcio, non sarebbero dei fuoriclasse, probabilmente e sino a prova contraria delle persone oneste, ma assolutamente incapaci di regalarci il sogno di un avvenire diverso, di un cambiamento che tutti ci promettono, ogni volta, e che non arriva mai. Il declino del fascino della politica che attraversa i nostri sogni svaniti dopo così tante disillusioni è che queste elezioni si giocano come in una partita a burraco. Se finisse 4 a 3, sarebbe una sconfitta- dicono- per la sinistra che pure conquisterebbe quattro regioni. 6 a 1 sarebbe il trionfo per Matteo Renzi e una disfatta per l'opposizione interna che non fa altro che gufare. Si potrebbe arrivare a un 5 a 2 una specie di pareggio che meriterebbe i tempi supplementari. Il senso di queste elezioni sarebbe tutto qui. Una partita semplificata nell'incastro di quattro o sei combinazioni dove persino la matematica perde per la strada le sue certezze. In un pallottoliere, è qui che stiamo collocando le nostre speranze di risolvere qualche problema in sette regioni così diverse, dalla Puglia al Veneto. Il dissesto del territorio, la disoccupazione, la corruzione, la sicurezza, le infrastrutture, un minimo di trasparenza e partecipazione democratica. E anche qualcosa di più importante. Queste elezioni ci aspettano mentre il prestigio delle regioni si è perso nel tempo tra irrilevanza politica, sprechi e qualche scandalo. I candidati governatori non si sono accorti che le loro poltrone si stanno sgretolando dentro la più grande operazione centralista mai conosciuta da quel lontano 1970. Altro che federalismo, altro che decentramento, altro che potere dal basso. Si stanno riprendendo tutto. La classe politica che ci governa e tutti gli interessi che gli girano attorno sanno bene qual è la strada e dove vogliono arrivare. Depotenziare le autonomie locali, snaturarle, farle apparire agli occhi dei cittadini enti inutili e troppo costosi, consegnare tutto il potere a un sistema oligarchico in salsa italiana. Per ora ci hanno lasciato gli impresentabili, dimenticando i propri.