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Università: primavera o inverno?

Elena Stanghellini
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Lunedì scorso le Università hanno fatto sentire la loro voce con una serie di incontri e dibattiti pubblici per richiamare l'attenzione di cittadini ed istituzioni sulla grave carenza di finanziamenti in cui versano da troppi anni. Una catena di eventi in tutta Italia che a Perugia si è concretizzata in due conferenze organizzate dai due atenei. L'Italia, già fanalino di coda dei paesi Ocse per spesa destinata al sistema di istruzione superiore in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo (Pil), ha reagito alla crisi economica contraendo ulteriormente la già scarsa disponibilità: se Francia e Germania, tra il 2010 e il 2013, hanno aumentato la spesa rispettivamente del 3,6 e del 20 per cento, in Italia questa è diminuita del 9,9. Eppure sono ormai moltissimi gli studi che dimostrano che l'istruzione universitaria non è un costo, ma un investimento. Si stima infatti che ogni anno in più di studio aumenta la produttività tra il 4 e il 7 per cento e che in Italia il beneficio netto sia ancora superiore. La contrazione dei finanziamenti investe tutti i settori. Dai progetti di ricerca al fermo degli scatti stipendiali dei docenti, al blocco del turn-over. Quest'ultimo ha fatto sì che il sistema abbia perso dal 2007 al 2014 oltre 15 mila unità, pari al 13 per cento, a fronte di un calo del 5 per cento nell'intera pubblica amministrazione. Di questi, circa un terzo erano amministrativi, con competenze che non è stato possibile riacquisire, mentre gli altri due terzi erano docenti. Aumenta così il già elevato rapporto fra studenti e docenti, che rischia di compromettere la capacità degli Atenei di offrire una didattica di qualità e di ampio respiro. In contemporanea, inoltre, gli obblighi burocratici sono aumentati esponenzialmente, causando insieme agli altri fatti un crescente disinteresse alla carriera universitaria dei nostri laureati migliori e una perdita di capacità di attrarre dall'estero che, se prolungata, produrrà presto danni irreparabili. L'Italia risulta inoltre fra i paesi in cui la tassazione a carico degli studenti è più alta ed è minore il sostegno attraverso borse di studio: rispetto al 2008, il fondo si è ridotto del 16 per cento. Altri dati si possono reperire nel documento disponibile al sito dedicato (www.crui.it). Non c'è da meravigliarsi poi se il numero degli immatricolati ha subito gravi flessioni, più acute nelle regioni del Sud, ovvero laddove è maggiore il bisogno di laureati. Per la prima volta dopo tanti anni, dal 2014 l'Università degli studi di Perugia è tornata ad incrementare il numero di studenti iscritti al primo anno. Se escludiamo dal computo i corsi ad accesso programmato nazionale, l'aumento per l'anno accademico in corso è superiore all'8 per cento. I tagli continui ai finanziamenti fanno ritenere che i vari governi avvicendatisi negli ultimi anni non abbiano compreso la centralità dell'istruzione superiore nella produttività di un paese, al contrario di quanto fatto negli altri paesi europei, che adesso godono di un incremento percentuale di Pil ben superiore al nostro. Il titolo della manifestazione "Per una nuova primavera" sembra ottimista. E ne ha ragione. Nonostante infatti un sistema paese che non le sorregge, le Università italiane continuano a preparare i giovani in maniera eccellente e a produrre ricerca di elevata qualità. Ma la domanda da porsi è: fino a quando? Più che di una primavera, non vorremmo si trattasse dell'inizio di un lungo inverno.  *(Professore ordinario di Statistica) [email protected]