Una regolarità agghiacciante

Una regolarità agghiacciante

04.12.2015 - 11:48

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C'è una regolarità agghiacciante nel fenomeno della violenza sulle donne di cui bisogna prendere atto: in media in Italia ogni tre giorni viene uccisa una donna per mano di un compagno, marito, ex, figlio, padre. E' un dato che vediamo riproporsi da anni, ormai, da quando è diventato di uso corrente quell'orribile neologismo, "femminicidio", creato, come tutti i neologismi, per definire un fatto nuovo ma comune. Un nome tanto orribile quanto necessario, anche se, come ogni altra etichetta troppo usata, nasconde dettagli e rischia di dare assuefazione.
Questa volta è accaduto dietro casa nostra. Non è la prima, ricordiamo che nel 2013 l'Umbria era fra le regioni con il più alto numero di donne ammazzate per abitante (Rapporto Eures, 2013). Quello che rattrista ancora di più è che Raffaella era un avvocato, conosceva i suoi diritti e aveva facilità di accedere agli strumenti di tutela. E che neppure la presenza di un figlio piccolo ha fermato la mano assassina dell'uomo. Rattrista e fa riflettere. Perché è ovvio che il problema è principalmente frutto di una cultura, forse non più esplicita ma pur sempre condivisa, che rivendica all'uomo il centro delle relazioni sociali e vuole la donna in posizione subalterna.
Una donna uccisa ogni tre giorni vuole dire che da qui alla fine di questo anno troppe altre ve ne saranno. Mi rifiuto di fare i conti, e spero che questa volta la regolarità statistica mi smentisca. Ma, purtroppo, è un dato che non decresce, nonostante le campagne di informazione, le reti di ascolto, le associazioni, le azioni di protezione, anche fisica, delle donne che sporgono denuncia. E allora occorre fare di più. La giornata mondiale contro la violenza sulle donne, appena celebrata con il patrocinio dell'Onu, ha dato voce al fenomeno e creato ulteriore consapevolezza, ma evidentemente non basta. Se è vero, come è vero, che la violenza nasce anche dalla soggezione economica a cui le donne sono confinate, che in molti paesi raggiunge connotati estremi, allora è possibile mettere in campo politiche nazionali per abbattere le barriere nel mondo del lavoro. Le testimonianze riportate nell'ambito della giornata del 25 novembre fanno vedere che molto in questa direzione è stato e sarà fatto. Legislazioni ad hoc, partenariati fra pubblico e privato per la creazione di posti di lavoro dedicati, creazione di finanziamenti. Ma anche istituzione di fondi fiduciari per prevenire e combattere ogni forma di violenza. E soprattutto, progetti educativi: formazione di medici, avvocati, imprenditori, dirigenti donne che diventino un domani degli esempi nelle loro comunità.
Educazione e formazione per creare una nuova cultura. I fatti di questi giorni, insieme ai dati citati, fanno vedere che anche in Italia azioni di questo tipo sono ancora necessarie. Non possiamo abbassare l'attenzione, ma anzi, dobbiamo lavorare, instancabilmente e quotidianamente, per fermare anche il minimo messaggio che giustifichi ogni forma di sopraffazione nei confronti delle donne.
elena.stanghellini@stat.unipg.it

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