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Un accordo per vivere meglio

Elena Stanghellini
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Si terrà fra pochi giorni a Parigi la ventunesima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. L'obiettivo è ambizioso: raggiungere un accordo universale per il controllo delle emissioni di gas serra più restrittivo di quello siglato a Kyoto nel 1997 e divenuto operativo dal 2005. E' infatti ormai opinione condivisa che l'emissione nell'atmosfera di gas inquinanti influenzi i cambiamenti del clima a cui stiamo assistendo. Chi ancora avesse dei dubbi può leggere il report delle Nazioni Unite, disponibile al link http://www.ipcc.ch/ scritto da scienziati di Università e centri di ricerca di tutto il mondo. Il protocollo di Kyoto prevedeva che nel primo periodo di attuazione, dal 2008 al 2012, i paesi coinvolti (l'Unione Europea e altri 37 paesi industrializzati) diminuissero le emissioni di gas serra di un livello medio pari al 5 per cento rispetto a quello del 1990. L'accordo individuava inoltre un secondo periodo, dal 2013 al 2020, in cui tale diminuzione deve raggiungere il 18 per cento. La composizione dei paesi aderenti è tuttavia variata, con la recente uscita del Canada. Oltre che una serie di azioni volte a ridurre le emissioni e a mitigarne gli effetti, l'accordo di Kyoto e le successive integrazioni prevedono la costituzione di un fondo per l'adattamento alle variazioni climatiche. Mitigazione e adattamento sono infatti le parole che più ricorrono. Non a caso, i grandi temi dell'EXPO2015, appena conclusa, sono il rispetto dell'ambiente, la riduzione degli sprechi e la salvaguardia del territorio, attraverso azioni individuali e collettive. Secondo il rapporto EDGAR della Commissione Europea, nel 2012 il paese con la maggior quantità di emissioni è la Cina, seguita dagli Stati Uniti. In termini pro-capite, invece, sono gli Emirati Arabi a svettare, seguiti da Australia e Stati Uniti. L'Unione Europea ha raggiunto e addirittura superato gli obiettivi del primo periodo, con un surplus che coinvolge sia le grandi economie, quali la Germania. Inghilterra e la Francia, sia le piccole quali la Grecia e il Portogallo. Anche l'Italia ha raggiunto il suo target, che comunque era più basso di quello di altri paesi europei. Anche se è innegabile che i maggiori sforzi debbono essere fatti dalle grandi imprese, ognuno di noi deve contribuire in maniera responsabile. Segnali positivi si leggono nel report dell'Istat sulla qualità dell'ambiente urbano, da cui risulta che cresce l'impiego delle fonti energetiche rinnovabili e torna ad aumentare la domanda di trasporto pubblico, con un incremento che tuttavia si concentra nelle grandi città. Non diminuisce invece il parco dei veicoli circolanti, anche se le auto elettriche sono in forte aumento. Anche la quota di rifiuti urbani differenziati è salita di quasi 3 punti percentuali, pari a circa il 39 per cento, ma siamo lontani dall'obiettivo ideale del 65 per cento. Sarebbero comunque opportune ulteriori campagne di informazione e sforzi maggiori sul piano dell'adattamento del territorio, ad esempio rinverdendo le città e ripristinando il corso dei torrenti per evitare i massicci allagamenti a cui assistiamo ormai quasi quotidianamente. B [email protected]