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Il capitale che si chiama fiducia

Elena Stanghellini
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Le indagini che misurano la fiducia dei cittadini si moltiplicano in tutto il mondo. In Italia, l'Istat ha appena pubblicato i risultati della rilevazione mensile sulla fiducia dei consumatori,da cui emerge che l'indicatore composito è salito. Sono infatti diminuiti, in misura percentuale, gli intervistati che esprimono giudizi negativi sulle aspettative economiche, così come aumentano i pareri ottimistici in merito all'andamento di occupazione e disoccupazione. Cresce la quota di coloro che ritengono il momento attuale favorevole per fare spese e diminuiscono coloro che vogliono continuare a risparmiare sull'acquisto di beni durevoli. Insomma, con la primavera, un clima di cauto ottimismo sembra riaffacciarsi nella vita dei cittadini, dopo una lunga stagione di incertezza che ha messo in fila molti, troppi, inverni astronomici. Ma perché tanta attenzione da parte degli enti di ricerca ad una componente così impalpabile come la fiducia? La risposta è semplice: è un capitale. Un tempo gran parte delle transazioni avveniva sulla base della fiducia fra i contraenti: si faceva la spesa nel solito negozio, si acquistavano beni durevoli dai rivenditori con cui si aveva un rapporto di lunga data, la banca concedeva i prestiti sulla base della conoscenza personale fra il richiedente e il direttore. Consuetudini che nel tempo si consolidavano in rapporti di stima reciproca che nessuno aveva interesse a tradire. Oggi molti rapporti si sono spersonalizzati, ma non per questo la fiducia ha perso il suo potenziale economico. Se, infatti, molti consumatori ritengono che la ripresa è vicina torneranno a permettersi qualche spesa fino ad oggi proibita, ed i loro acquisti influenzeranno positivamente l'andamento del mercato, gli investimenti delle aziende e, a cascata, la creazione di posti di lavoro e di nuova ricchezza. Ecco perché in economia le "aspettative" hanno un ruolo determinante. Le prime rilevazioni sul clima di fiducia o, per dirla all'inglese, sul "sentiment" sono state effettuate negli Stati Uniti, e ne hanno evidenziato il grande potere di anticipare la congiuntura economica. Da allora, economisti, psicologi, sociologi stanno studiando come definirlo, quantificarlo e misurarne l'impatto economico, materiale e immateriale. Non manca chi ha proposto di misurare il "sentiment" attraverso i social network: al prezzo di alcune semplificazioni, infatti, alcuni ricercatori hanno suggerito di codificare un messaggio come "felice" o "infelice" attraverso gli emoticon, ovvero le faccine che vengono impostate nelle poche righe di messaggio su Tweet o Facebook. Una indagine di Eurispes dice che dal 15 dicembre del 2013 ad oggi la condizione economica è peggiorata per il 77 per cento delle famiglie, che reagiscono alle difficoltà economiche vivendo alla giornata. Una considerazione che dice molto di quel "sentiment" tutto italiano e che forse spiega il cauto riaffacciarsi di un po' di ottimismo. Una flebile ripresa di fiducia nel futuro, tanto inaspettata quanto fragile. [email protected]