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Violenza contro le donne, nel 2022 in Umbria già in 263 al pronto soccorso

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Francesca Marruco
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Ferite. Nel corpo e nell’anima. Violate. Picchiate. In qualche caso stuprate. Sono già 263 le donne che, dall’inizio dell’anno, sono andate a chiedere aiuto nei pronto soccorso degli ospedali umbri. Codici rosa in gergo sanitario. Ovvero pazienti trattate con uno specifico percorso assistenziale che si intreccia fin dai primi istanti con quello delle forze dell’ordine. Quel codice rosso che a magistrati e investigatori dà la possibilità di intervenire in tempi strettissimi per mettere in sicurezza queste vite in pericolo.  Se le vittime sono già 263 vuol dire che fino a ieri (data della rilevazione) sono stati meno di 60 i giorni in cui nessuna donna ha chiesto aiuto a medici e infermieri dell’Umbria. La media è di 23 vittime al mese. E queste sono solo quelle che vengono codificate come tali. Certamente c’è un mondo sommerso di donne che non si fanno curare o non denunciano. In particolare i casi sono stati 70 negli ospedali della Usl Umbria 1, 30 nella Usl Umbria 2, 73 all’ospedale di Terni e 90 in quello di Perugia (dove 16 sono stati gli accessi diretti in ostetricia per violenza sessuale). 

 


Nel 2021 i codici rosa erano stati 236, mentre nel 2020 - complice anche il lockdown -erano stati 199. “Raccogliamo testimonianze sconvolgenti - racconta la dottoressa Monia Ceccarelli, coordinatrice infermieristica del Pronto Soccorso di Perugia sempre in prima linea - spesso la violenza fisica è solo la punta dell’iceberg, c’è anche quella psicologica ed economica. Donne a cui viene sequestrato lo stipendio”. La dottoressa Ceccarelli, insieme alle colleghe Roberta Gambelunghe, Sara Urli e a Thomas Fabilli, sono parte del gruppo del Pronto soccorso che sul codice rosa ha ricevuto una formazione specifica. “La prima storia di violenza che mi trovai a gestire - racconta Ceccarelli - mi capitò nel 2016: la donna era gravissima. Aveva tentato il suicidio. Era esasperata. Il marito la controllava ovunque, pretendeva che portasse un auricolare anche durante tutto il turno di lavoro. La nostra missione, oltre ovviamente a soccorrere chi viene per chiederci aiuto e ci racconta la sua storia è trovare il sommerso o evitare l’abbandono. Molto spesso infatti le donne chiedono aiuto a noi e poi ci ripensano, magari ritirano le denunce, quasi sempre per l’intervento delle famiglie. Per questo il Covid in parte ci ha aiutato, adesso gli accompagnatori non possono entrare e le vittime possono parlare con noi liberamente. Quando decidono di farlo. Ci sono quelle che hanno paura e raccontano di improbabili cadute dalle scale. E la bravura di un operatore che deve occuparsi di violenza di genere sta anche lì: nel vedere il sommerso. Lo ripetiamo all’infinito nelle nostre giornate formative, quando facciamo lezione agli studenti di medicina in Università. Molto spesso dobbiamo guardare oltre quello che ci dicono per aiutarle veramente”. 

 


Le vittime di violenza sessuale, 16 quest’anno arrivate all’ospedale di Perugia, vengono accolte nel reparto di ostetricia e ginecologia. “L’accoglienza è il primo momento terapeutico per una donna vittima di violenza sessuale – spiega la dottoressa Simona Freddio, posizione organizzativa Sitro per l’area ostetrica del Santa Maria della Misericordia di Perugia – Il personale sanitario deve essere ridotto al minimo indispensabile e deve garantire la continuità di tutto il percorso della presa in carico, affinché rimanga sempre lo stesso. La violenza rende vulnerabili, ed è per questo che è fondamentale dare alla donna tutto il tempo necessario per esprimersi e avere un atteggiamento di ascolto attivo e non giudicante. Il nostro compito è di farla sentire accolta e rispettare anche i suoi silenzi. Abbiamo una procedura di valutazioni e prelievi con un rispetto assoluto della catena di custodia del referto e dei prelievi effettuati – continua la dottoressa Freddio - L’importante è chiedere sempre il consenso alla donna perché le restituisce quella possibilità di scelta che le è stata tolta con la violenza subita. Il ginecologo e l’ostetrica sono le due figure chiave nel percorso dell’accoglienza di donne vittime di violenza sessuale”. Le prime con cui una donna violata può provare a sentirsi di nuovo protetta.