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Umbria, pressioni per far dimettere Marini: indaga Cantone

Alessandro Antonini
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La Procura di Perugia ha aperto un fascicolo contro ignoti per minacce all’ex presidente della Regione, Catiuscia Marini. Minacce che avrebbe ricevuto in relazione alle dimissioni da governatrice, nel 2019, durante l'inchiesta Concorsopoli in cui è stata coinvolta. Marini è stata sentita dal procuratore capo Raffaele Cantone mercoledì pomeriggio come persona informata sui fatti. La notizia, anticipata da La verità, è confermata. Marini avrebbe ribadito la versione - rivelata già allora in queste pagine - delle presunte ingerenze dei vertici Pd in una faida interna ai dem che avrebbe visto coinvolti i vertici romani. Ipotesi che avrebbe trovato nuovi riscontri alla luce dell’inchiesta aperta da Cantone per la fuga di notizie nel caso loggia Ungheria in cui è indagato (rivelazione e accesso abusivo ai database) l’ex cancelliere della Procura, Raffaele Guadagno. Proprio Guadagno avrebbe in passato scritto a Marini su Messenger affermando che non si sarebbe dovuta dimettere e invitandola a prendere un caffè. Incontro che però non ci sarebbe mai stato. Ma è il tenore delle pressioni per le dimissioni che ha fatto fare uno più uno in piazza Partigiani: dentro ai Dem oltre due anni fa si sarebbe parlato di fatti relativi all’indagine non ancora pubblici. E dal fascicolo sulla talpa emergerebbe che gli accessi abusivi agli atti secretati ci sono stati anche durante l’inchiesta sui concorsi truccati. 

 

 

 


Nel partito - stando a quanto ricostruito dalla testimonianza- c’era qualcuno che forzava la mano per le dimissioni parlando di atti di indagine ancora segreti e paventando sviluppi più seri (misure cautelari?) se lei non avesse lasciato il massimo scranno di palazzo Domini. Sarebbero queste le minacce? Marini ha tirato in ballo Zingaretti in una telefonata con l'ex segretario nazionale e un incontro a Roma in cui lei dopo dieci minuti ha preteso la presenza del suo avvocato, Nicola Pepe. In questo quadro si inserisce la rivelazione fatta dalla stessa ex governatrice nelle ultime battute del processo sull’ex consigliere politico Valentino Valentini, che poi è diventato il “fuoco amico” che ha confermato l'ipotesi della cessione delle tracce per cui è stata indagata la medesima Marini. Valentini ha avuto un forte screzio con la presidente perché avrebbe avuto da Zingaretti l'incarico di responsabile della comunicazione per la sua campagna elettorale, cosa che Marini non ha gradito. Ci sarebbe stato uno “scontro feroce”. Poi la testimonianza in cui avrebbe parlato delle tracce ma senza averle lette. Minacce e faida interna al Partito democratico sono strettamente correlate. Del resto l’atto d’accusa iniziale risale a due anni fa. Un passo indietro. “In quelle settimane ho subìto ingerenze e pressioni che mi hanno indotto a decidere per le dimissioni”. Ingerenze fatte “utilizzando il contenuto dell’indagine in corso”. Pressioni arrivate non dalla Procura,ma da dirigenti politici. In particolare arrivate dal Pd, il suo partito. E’ questa, testuale, la “denuncia” che Catiuscia Marini ha formulato in aula il 21 dicembre 2020 scorso - e di cui è stato dato ampiamente conto in queste pagine a più riprese - nelle tre ore e 18 minuti di interrogatorio nelle prime fasi del processo Concorsopoli. Marini, davanti al gup Angela Avila, ha rivelato che in quei giorni ha subito pressioni di vertici politici locali e nazionali, che hanno utilizzato - è stata la sottolineatura dell’ex presidente - i contenuti dell’indagine ancora segreta. Contenuti che quindi - secondo la versione di Marini - questi esponenti politici già conoscevano nel dettaglio. Come se - l’ipotesi emergeva già allora - le notizie sulla sua indagine fossero state utilizzate per farla fuori. Chi è stato a fare “ingerenze”, lo rivela lei stessa: da parte dei dirigenti politici. 

 

 

 

 

 

Prende corpo così la tesi che l'inchiesta Concorsopoli possa essere stata utilizzata -dietro una ipotetica commissione di reati - per risolvere lo scontro tra correnti interno al Pd. Su questo potrebbero essere utili le testimonianze dei big del partito (l’ex tesoriere Mauro Agostini e l’ex capogruppo in Regione Gianfranco Chiacchieroni) che, guarda caso, Marini ha indicato come testi nel procedimento madre. Nel frattempo però Cantone non vuol perdere tempo e con il fascicolo sulle minacce potrebbe ricostruire in poche settimane il casus belli della guerra interna al partito che ha portato alla fine di un monocolore al governo del cuore verde durato 50 anni. La caduta dietro minaccia, la pista. In cui la Procura, con Concorsopoli, avrebbe avuto un ruolo decisivo. Più o meno inconsapevole.