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Foligno, la storia di Bruno Vivarelli calzolaio da tre generazioni

Giulia Silvestri
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L’odore del lucido e della colla riempiono la stanza tra i colpi di martello e il fruscìo della spazzolatrice. Sono gli strumenti di un vecchio mestiere, quello del calzolaio, che in via dell’Annunziata a Foligno hanno il sapore della novità. È qui, infatti, che lo scorso maggio ha aperto il suo laboratorio un custode di un’antica arte. “Nella nostra cultura quello del calzolaio non è riconosciuto come un mestiere di rispetto – racconta Bruno Vivarelli, 59 anni, origini spoletine e da 15 anni a Foligno – così ho scelto di chiamarmi l’artigiano della pelle”. Ed è stato proprio questo nome che restituisce valore all’esperienza artigianale a solleticare la curiosità della città. Ma questo mestiere Bruno lo porta cucito addosso con l’esperienza di chi è macchiato di lucido da quando era bambino e la sua è la storia di tre generazioni che hanno fatto del cuoio la loro seconda pelle. Prima il nonno Guido che da Sarzana arriva a Spoleto durante la guerra, affidando i figli alla cognata e partendo per il fronte. Nella sua bottega si forma poi il figlio Alfredo Angelo Custode, per tutti Angelino che aprirà la sua bottega in via Filitteria, a cento metri dal Teatro Nuovo. È qui che Bruno cresce affascinato dalla capacità del padre di trasformare il vecchio in nuovo e a 14 anni lascia la scuola per imparare il mestiere. 

 

 

“Papà era un genialoide – racconta – era capace di fare qualsiasi cosa, ma era rigido ed esigente. Mi ha inculcato tanta fiscalità, la riparazione doveva essere invisibile e diceva sempre che se avessi solo voluto riparare qualcosa avrei dovuto fare un altro mestiere, perché questo, come ogni mestiere artigianale, richiede fantasia”. Nel lavoro papà Angelino è diverso da com’è a casa, ma è dalle sue pretese che il giovane Bruno impara di più, all’inizio sbaglia e i suoi errori li ripara il maestro. Dopo qualche anno, non si distingue più la mano dell’uno da quella dell’altro, finché a 25 anni l’allievo non supera il maestro. “Ho ampliato l’attività – racconta – i tempi cambiavano e con essi i materiali delle scarpe e delle borse quindi ho iniziato ad offrire più scelta alla clientela. È stato il momento più critico tra noi due”.

 

 

Ma i dissapori li acquieta il duro lavoro, che si fa più intenso quando la bottega di Angelino e Bruno diventa il riferimento per la sartoria del Festival dei Due Mondi. “Un momento di formazione inaspettata” che gli insegna l’impensabile, come invecchiare una borsa, o renderla nuova o renderla rotta e lo stesso per le calzature. Anche Remo Girone, Simona Marchini e Hether Parisi passano di lì, e pure Giorgio Albertazzi manda le sue scarpe in via Filitteria. Dopo oltre 30 anni però, nel 2007, la vita lo porta a chiudere la bottega del padre. “In quegli anni era esploso il mercato cinese e il lavoro veloce – spiega - Ho cambiato tanti mestieri ma l’unico che sentivo mio era questo”. Quest’anno finalmente la possibilità di riaprire a Foligno dove la vita lo ha condotto. L’arte è rimasta la stessa e la cucitrice e il deschetto sono quelli di papà Angelino, sotto la cui foto oggi lavora.