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In Umbria crescono i prezzi nei bar e nei ristoranti

Sabrina Busiri Vici e Simona Maggi
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Vacanze finite, i cartelli di chiuso per ferie vengono ormai riposti nel cassetto e si ripopolano i centri urbani dell'Umbria. Si riparte lentamente e le attività commerciali prendono fiato per avviare una nuova stagione che si preannuncia difficile: a iniziare da qualche ritocco ai listini dei prezzi, una consuetudine ormai al ritorno delle ferie estive, ma quest’anno i rincari sono diventati una certezza. Anche se non commisurati ai costi affrontati dagli operatori e dagli esercenti per materie prime e bollette. E su tutto un’inflazione che continua a galoppare. “Siamo molto preoccupati - commenta Matteo Fortunati, Assoturismo Confesercenti Umbria - si prevedono ulteriori rincari e un autunno caratterizzato da tante saracinesche abbassate: i margini di guadagno sono sempre più bassi, il lockdown ha lasciato il suo peso economico, le banche non concedono finanziamenti o sconfini, tutto contribuisce a destabilizzare gli esercenti in particolare bar e ristoranti. Addirittura anche le sagre oggi rappresentano un problema per i ristoratori”.

Qualche ritocco ai prezzi del menu, dunque, ma per lo più, per non andare fuori mercato, si assottigliano i margini d guadagno. “Sarà inevitabile aumentare i prezzi in listino - dice Enrico Guidi, coordinatore dell’associazione Mio Umbria e titolare del ristorante perugino Il Cantinone - Noi al momento non li abbiamo aumentati ma, se le utenze continueranno a crescere, come si prospetta, non vedo come si possano mantenere i prezzi inalterati. Già le materie prime hanno subito aumenti dal 20 al 40%”. C’è chi, comunque, rimane convinto che i prezzi non vadano ritoccati. Lo dice Benjamin Lung del ristorante Mio Bio di Terni; “Cercheremo di tenere quelli che abbiamo sempre avuto, malgrado il rincaro delle bollette e delle materie prime. Aumentare i prezzi non è opportuno perché significherebbe ancora di più perdere i clienti. Noi come abbiamo sempre fatto cerchiamo di andare incontro al cliente ed evitare qualsiasi rincaro”. E Lung prosegue: “Certo non è semplice perché è tutto aumentato basti pensare che un litro d'olio di semi di girasole costava 1,50/1,60 euro al litro ora 3 euro. I rincari ci sono, ma spero che prima o poi la situazione possa cambiare e si possa tornare alla normalità. Intanto cerchiamo noi insieme ai nostri fornitori che sono, per la maggior parte, produttori a chilometro zero di trovare un accordo per fare in maniera di non andare ad aumentare il costo di un piatto al cliente. Fino a oggi ci siamo riusciti e anche per il futuro la speranza è quella di continuare ad accontentare i clienti con buoni prezzi, qualità e senza aumenti”.

Intanto la rilevazione dei prezzi al consumo di Istat mostra che la dolce vita è diventata più cara da un anno all’altro: la pizza è lievitata del 10%; mentre la mozzarella, ingrediente base, è raddoppiata. E un piatto di tagliatelle? “Da una media di 11 euro, potrebbe arrivare a costare nei listini autunnali intorno ai 14 euro”, specifica Guidi. Nelle gelaterie le cose non vanno meglio. Tra latte, yogurt, zucchero e frutta, tutti prodotti in crescita, un cono gelato ora costa il 20% in più. Possiamo proseguire: un aperitivo siamo al + 6,9%; l’espresso + 7%. E anche la birra diventa cara: + 6,6%. Da qui l’appello-manifesto lanciato dall’associazione Tutela nazionale imprese (Tni) Italia per il settore Horeca (hotellerie-restaurant-café). Cinque priorità: l’abrogazione della legge Bersani; il trattamento fiscale alla pari delle multinazionali (tassa al 15%); le agevolazioni per il caro bollette; la reintroduzione del voucher per i lavoratori e revisione del reddito di cittadinanza; il credito d’imposta sulle locazioni per il 2022. Cinque impegni che l’associazione sindacale invierà e presenterà a tutte le forze politiche in campo chiedendo ai candidati di sottoscriverle.