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Umbria, false fatture per intascare i fondi pubblici: imprenditori condannati dalla Corte dei conti

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Alessandro Antonini
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Fatture false e lavori eseguiti solo in parte per incassare i fondi della Regione nella ristrutturazione dell’hotel di lusso: due imprenditori, l’allora rappresentante della struttura, 57 anni, nato a Foligno, e il titolare società edile individuale - albanese 41enne - sono stati condannati dalla Corte dei conti a rifondere a Palazzo Donini 232.798,77 euro. Tutto nasce da un’inchiesta della Gdf: i lavori fatturati per 594.000 euro dalla ditta dell’albanese per rifare l’hotel “sono stati soltanto in parte eseguiti e, comunque, con costi inferiori (120.000 euro)”, perché realizzati “avvalendosi di manodopera non regolarmente assunta”. I finanziari hanno rilevato “un meccanismo fraudolento ritenuto fondato sulle false fatturazioni emesse da parte della ditta individuale di costruzione e utilizzate dal titolare della struttura alberghiera” che si trova nello Spellano. E’ in corso un processo penale per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode Iva. 

Il danno erariale, secondo la Procura contabile, deriva “dalle condotte di fraudolenta percezione ed utilizzazione di finanziamenti pubblici a fondo perduto per 200.000 mila euro concessi al 57enne dalla Regione Umbria, in vista della realizzazione dei lavori”. La somma di 232 mila e rotti euro è comprensiva degli interessi legali. Il 20 gennaio dell’anno scorso è anche scattato un sequestro pari all’importo di cui sopra. I contributi erogati dalla Regione si riferiscono a due bandi di finanziamento a fondo perduto, uno del 17 febbraio 2009 per interventi nella ricettività alberghiera e l’altro del 16 marzo 2010, per il finanziamento di interventi a favore del turismo.

L’erogazione in due tranches c’è stata nel 2013. “Gli uffici regionali preposti alla liquidazione dei contributi - scrivono i giudici contabili - e al successivo controllo sono stati indotti in errore dalle false fatturazioni e dalle non veritiere attestazioni di pagamento, esorbitanti la effettiva entità ed il costo dei lavori eseguiti ed hanno erogato importi di denaro che altrimenti non sarebbero stati ottenuti dalla società”. I provvedimenti di concessione sono stati revocati dalla Regione ma non risultano “effettuate restituzioni da parte degli incolpati o comunque recuperate somme dall’amministrazione mediante costituzione di parte civile nel giudizio penale”. Il dolo è stato riconosciuto per entrambi, sia per l’imprenditore che ha intascato i fondi pubblici con le false fatture sia il titolare dell’impresa che le ha erogate.

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