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Terni. Pronto soccorso al collasso, la difesa del primario: "Non maltrattateci"

Giorgio Palenga
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Pronto soccorso al collasso. La politica all’attacco, alzo zero, il direttore generale dell’azienda ospedaliera che si dimette, i sindacati che denunciano condizioni di lavoro massacranti, un paziente che racconta di essere rimasto in attesa per 17 ore prima che fosse decisa… la sua sorte.

Giorgio Parisi, che del pronto soccorso del Santa Maria è primario dall’agosto 2015, dopo una lunga esperienza in ambito ospedaliero, ha deciso di sfogarsi. E lo ha fatto nel modo meno prevedibile, affidando cioè a un lungo post su Facebook la fotografia della situazione, utilizzando una similitudine singolare: immaginate – ha scritto – “che nella vostra città tutti i bar, piccoli e grandi, siano statali e che la stragrande delle consumazioni siano gratuite. Il personale è stipendiato dallo Stato”.

 

 

 

Bè, a un certo punto - dice Parisi - tutti i bar iniziano a chiudere tranne uno, aperto h24. E la gente inizia a lamentarsi che le attese sono lunghe, che non si può aspettare tutto questo tempo per un caffè o un cappuccino. Parisi prosegue nella similitudine che noi – ci consentirà – cercheremo di decodificare.

Perché, scegliendo di parlare di cornetti, tramezzini e caffè espressi, il primario fornisce un quadro sin troppo chiaro delle condizioni in cui lui e il suo personale sta lavorando, ma anche dell’approccio che i “clienti del bar”, ovvero i pazienti, ormai hanno quando si presentano in quella che dovrebbe essere l’ultima spiaggia delle emergenze. Ed invece, a causa di un sistema di assistenza territoriale che presenta tutte le sue lacune – per usare un eufemismo – diventa l’approdo più facile per chi lamenta problemi di salute di qualunque tipo. Veri o, in qualche caso, solo sospettati.

Intanto i pazienti, come recitava l’impareggiabile Totò nell’interpretazione di un improbabile chirurgo, ormai non hanno… più pazienza.

 

 

 

“Una volta – dice Parisi – veniva chiesto: mi salverò? Ho qualcosa di grave? Sai diagnosticare questo mio problema? Oggi invece: quanto ci metto? Rispondo che visto che la diagnosi non è scritta sulla fronte è ragionevole pensare che si possa stazionare anche a lungo in osservazione”.

Parisi, sempre proseguendo il parallelo col bar, parla di “poco incremento di personale, malattie, ferie dovute, esenzioni etc” a causa di cui non si riesce “a far fronte alle richieste simultanee di tanta gente che poco sa di quello che sta succedendo”. “Il direttore (del bar) – rivela – non ha nessuno scrupolo anche a far trasferire chi si comporta in modo non adeguato. Qualche paziente, anzi parecchi, arrivano ‘infetti’ per cui si deve per forza separare due tipi di popolazione. I carichi aumentano a dismisura e nonostante tutto bisogna dare prima di tutto priorità a chi arriva morto di sete e di fame (fuori dalla similitudine, chi arriva in codice rosso ndr)”.

Le proteste salgono progressivamente e “la pressione sale, non c’è giorno che non si vada sul giornale per i disservizi”. Peraltro nessuno si chiede “quanta gente abbia avuto salva la vita, quanta gente che ha aspettato è stata poi dimessa con una serie di accertamenti gratuiti che nemmeno nella migliore clinica avrebbero fatto, quanta gente che si è allontanata è poi morta (zero). Quanti infarti in arresto sono stati salvati, quante dissecazioni dell’aorta sono state scoperte, quanti ictus sono stati gestiti, a quanta gente abbiamo dato ‘asilo’, come donne o bambini vittime di violenza. Quante botte ricevute da pazienti violenti e/o psichiatrici”.

Infine l’appello: “Non maltrattate più il pronto soccorso, è l’unico rimasto aperto h24, è preferibile confrontarsi. Non possiamo mandare via nessuno. Come in moltissimi altri pronti soccorsi italiani, in queste condizioni quei pochi che sono rimasti se ne vogliono andare. I giovani non vogliono più lavorarci. Guardate che il pronto soccorso non è per tutti, non è una passeggiatina. Se chiude sono veramente dolori. Per chi come me ci ha fatto un progetto di vita è veramente doloroso scrivere queste cose”.