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Tragedia Marmolada, la testimonianza di due alpinisti umbri: "Eravamo a trecento metri"

Chiara Fabrizi
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Hanno vissuto la tragedia della Marmolada da vicino il folignate Stefano Baldini e lo spoletino Alessandro Sigismondi, due alpinisti esperti, che solo dopo aver raggiunto la vetta, scalando la parete del versante opposto a quello interessato dal crollo del ghiacciaio, si sono accorti della tragedia che si era consumata a 200-300 metri da loro.

 


Rischio nessuno, ma tanta apprensione sì perché per scendere si sono dovuti calare da un altro ghiacciaio, unica via per tornare a valle. 
Stefano Baldini e Alessandro Sigismondi nelle giornate del 2 e 3 luglio hanno scalato insieme la parete sud del Marmolada, percorrendo la via Don Quixote. Circa 900 metri di parete divisi in 21 tiri. Un’impresa pianificata nei minimi dettagli, attesa da tre anni e poi vinta in quella che il Cai di Spoleto definisce “una delle giornate più dolorose nella storia delle nostre montagne e del rapporto tra donne, uomini e natura”.
Agganciati ieri pomeriggio mentre stavano facendo ritorno in Umbria in macchina, i due alpinisti raccontano a una sola voce quello che è successo: “Eravamo sul versante Sud e di fatto ci siamo trovati a 200-300 metri di distanza dall’accaduto. Non ci siamo resi conto in effetti della tragedia che si stava consumando vicino a noi”. Prendono fiato e proseguono: “All’improvviso abbiamo notato molti elicotteri in volo, ma abbiamo pensato a un incidente di montagna. Certo le condizioni generali non lo facevano pensare, ma di fatto noi abbiamo optato per questa ipotesi”.

 


Del resto sulla via Don Quixote non c’è campo e i telefoni sono muti. Non solo. Una delle regole auree è che quando si inizia a salirla non si può tornare più indietro. Argomenta Baldini: “E’ la parte psicologicamente più complicata di questa parete”. I due alpinisti trovano anche il tempo di raccontare altri particolari che non hanno a che fare con la tragedia in senso stretto: “La notte tra il 2 e il 3 luglio abbiamo riposato dormendo senza tenda e col solo sacco a pelo, la temperatura era mite considerando dove ci trovavamo, diciamo intorno a quota tremila”.
Del disastro Baldini e Sigismondi hanno avuto contezza solo una volta raggiunga la vetta: “Lì abbiamo visto il crollo del ghiacciaio e siamo rimasti senza parole. Ci ha obbligato a tornare in noi una telefonata partita da un amico del Cai di Spoleto, che di fatto ci ha raccontato l’accaduto”. Il tempo di prendere fiato e la presa di coscienza che per tornare a valle bisognava calarsi su un ghiacciaio per 90 minuti di tensione prima di arrivare a valle. Ieri sono tornati nella loro Umbria.