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Foligno, bimbo nasce invalido: tre medici condannati a risarcire 1,8 milioni

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Una sentenza che arriva dopo 20 anni per “gravi condotte colpose”. La Corte dei conti ha condannato tre medici ginecologi, in servizio nel 2002 all’ospedale San Giovanni Battista di Foligno, a pagare 1,8 milioni di risarcimento alla Usl 2. Il bimbo in grembo a una donna di 41 anni, allora, era nato con una invalidità al 100 per cento a causa, dichiarano i giudici contabili confermando le tesi della Procura, di un parto cesareo tardivo. Una scelta fatale per il futuro del piccolo e che segnerà per sempre la sua vita e quella dei suoi genitori. E ora a distanza di 20 anni arriva la conferma in una sentenza. 

 

 

I giudici hanno accolto le richieste della Procura, addebitando tre differenti gradi di responsabilità ai professionisti: si parla nella sentenza di “comportamento gravissimo e superficiale” che costerà 1,1 milioni di risarcimento al medico che ha ordinato “tardivamente” il cesareo e che, “pur in presenza di tracciato non rassicurante e patologico, delegò la gestione della partoriente all’ostetrica, non intervenendo personalmente se non quando era oramai troppo tardi”. E ancora: “contributo comunque di alta gravità” anche per il professionista che aveva seguito durante la gravidanza la donna e che è stato condannato a pagare 565 mila euro; e, infine, “contributo meno grave” per la dottoressa che era di turno nelle prime ore di travaglio e che dovrà versare all’azienda sanitaria quasi 200 mila euro. Tutti sono stati considerati responsabili di danno erariale indiretto, perché dovranno risarcire la Usl 2 dopo che il tribunale civile di Perugia ha già ordinato il risarcimento della donna, onorato dall’azienda sanitaria pubblica.

 

 

Nel merito della sentenza, dopo aver visionato la documentazione medica, i consulenti della Corte dei Conti hanno definito “inescusabilmente imperito, negligente, imprudente e irrispettoso delle regole della buona pratica clinica ostetrica” il comportamento del medico che ha poi, troppo tardi, ordinato il cesareo. Secondo i due periti questo stesso ginecologo “non valutò tempestivamente l’opportunità di interrompere il travaglio e di effettuare immediatamente il parto cesareo, che fu invece eseguito molto tardivamente, allorché l’utero era ormai rotto e la placenta distaccata”. Nella sentenza si parla anche di anomalie nella cartella clinica della paziente su cui sono state riscontrate “numerose cancellature, senza possibilità di leggere quanto cancellato e orari non coincidenti con il possibile svolgimento dei fatti reali”, ma anche “l’omessa acquisizione del consenso informato della gestante”.