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Se il reddito di cittadinanza ti fa lavorare per la tua città

Sergio Casagrande
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Il reddito di cittadinanza è uno di quei temi che, fin dalla sua nascita, divide gli italiani tra favorevoli e contrari. C’è chi lo considera uno strumento utile, importante e fondamentale per garantire un minimo di sostegno economico a chi il lavoro non ha ed è costretto a sopravvivere in uno stato di povertà o di fortissima difficoltà. Ed essendo finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale, lo vede utile per dare anche una possibilità di un’occupazione stabile. E c’è chi, invece, lo bolla come un immeritato premio concesso a una categoria che sarebbe densa di sfaticati o, comunque, ricca di persone poco propense a impegnarsi in un lavoro. E lo considera inutile a ottenere un futuro lavorativo.
Di fronte a un’opinione pubblica così divisa, quindi, una decisione come quella presa in questi giorni dal Comune di Narni non può che essere vista positivamente: i percettori del reddito di cittadinanza si occuperanno, in attesa della sistemazione lavorativa che lo strumento dello stesso reddito dovrebbe poter rendere un giorno possibile, della manutenzione ordinaria del verde e della cura del decoro urbano.
Nella decisione non c’è nulla di anomalo o di rivoluzionario. 
Nell'ambito dei Patti per il lavoro e per l'inclusione sociale, i beneficiari del reddito di cittadinanza sono già tenuti a svolgere Progetti utili alla collettività (Puc) nel territorio comunale di residenza per almeno 8 ore settimanali, aumentabili fino a 16. I Comuni sono responsabili dei Puc e li possono anche redigere in collaborazione con altri soggetti purché si mantengano nei confini della cultura del sociale, del campo artistico, ambientale o formativo e nella tutela dei beni comuni.
Il problema è che molte amministrazioni comunali, ancora oggi, a questi Puc o non ricorrono o sono in ritardo nella loro attuazione.
Eppure, come dimostra Narni, è un buon metodo per dare giustizia a una giustizia e dare meno forza a chi, invece, considera come un’ingiustizia quella che è una giustizia.

Sergio Casagrande

[email protected]
Twitter: @essecia