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Perugia, mamma morta dopo l'intervento. I periti: "Poteva essere salvata"

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La vicenda è finita in tribunale a Perugia

Francesca Marruco
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Durante l’intervento chirurgico non era monitorata con elettrocardiogramma. Aveva solo un saturimetro. Per questo motivo nessuno si è reso conto in tempo utile di alterazioni del ritmo cardiaco premonitori di un evento massivo. Questo comportamento, che i periti del gip, Piergiorgio Fedeli e Marco Chiarello, definiscono “erroneo” ha “privato la paziente della possibilità di prevenire l’arresto cardiaco in presenza di alterazioni del ritmo premonitrici le quali, se visibili, possono essere trattate e risolte, nonché delle possibilità di sopravvivenza proprio per l’intempestività del trattamento dell’arresto cardiaco”. E infatti, Ioana Lingurar, mamma di due bambini di appena 28 anni, morì qualche ora dopo l’arresto cardiaco insorto durante un intervento chirurgico di natura ortopedica eseguito a Villa Fiorita a gennaio dello scorso anno.

 

 

Per la sua morte erano stati iscritti nel registro degli indagati i due medici presenti in sala operatoria: l’anestesista Silvio Milletti e l’ortopedico, Rocco Rende. Dopo una prima perizia disposta dalla Procura e le annotazioni di avviso contrario del consulente di parte civile (i familiari della vittima si sono affidati all’avvocato Alessandro Vesi e al professor Adriano Tagliabracci per la parte medico-legale) era stata disposta una nuova perizia con la formula dell’incidente probatorio. Le conclusioni dei periti nominati dal gip, Angela Avila, che verranno discusse domani in udienza sono state messe da ieri a disposizione delle parti. La Procura aveva chiesto ai consulenti di indicare eventuali responsabilità sia dei medici immediatamente indagati che di quelli del 118 e della Rianimazione del Santa Maria della Misericordia, che intervennero in un secondo momento. I periti dunque sostengono che non vi siano censure da fare all’operato dell’ortopedico Rende e a quello dei sanitari del 118. Per i medici di rianimazione viene ravvisata una “incongrua somministrazione di Intralipid, le cui conseguenze non sono in ogni caso da porre in rapporto causale con il decesso”. Discorso totalmente diverso per il comportamento dell’anestesista - assistito dall’avvocato Delfo Berretti. I periti scrivono infatti che il medico ha avuto un “comportamento erroneo con il quale non si è provveduto al completo monitoraggio elettrocardiografico. Monitoraggio che avrebbe certamente posto l’anestesista in condizioni di pervenire a una più tempestiva e corretta diagnosi con susseguente mirato trattamento farmacologico e specialistico (chiamata del cardiologo)”. Invece nessuno specialista venne chiamato. Come raccontato da un’infermiera, non c’erano nemmeno le placche per il defibrillatore. O il gel per effettuare la manovra. Ad ogni modo la paziente venne soccorsa da Milletti e Rende ma poi i periti individuano altri comportamenti “erronei” dell’anestesista.

 

 

“Sia per l’estubazione precoce di una paziente in coma profondo - annotano - sia per la mancata continuità assistenziale anestesiologico- rianimatoria dalla ripresa del circolo alla consegna della paziente ai rianimatori dell’ospedale di Perugia”. Invece, scrivono i periti, “non v’è traccia dell’azione dell’anestesista il quale, stante la situazione, avrebbe dovuto seguire di persona la paziente”. In conclusione, in risposta al quesito della Procura, i medici scrivono che per la “valutazione del rapporto di causalità tra il comportamento dell’anestesista e il decesso, si ritiene che stante l’età e le condizioni di salute della paziente, il comportamento alternativo da porre in essere nell’assistenza anestesiologica nel suo complesso avrebbe reso ‘più probabile che non’ una diversa evoluzione del quadro clinico scongiurando la morte”.