Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

La guerra dei giovani umbri da Città di Castello a Perugia aspettando la Marcia della Pace

Sono di fronte a una pandemia e a un conflitto in Europa: eventi che molti adulti da bambini hanno sentito solo raccontare

Sergio Casagrande
  • a
  • a
  • a

Mentre i grandi hanno subito dimostrato la loro solidarietà al popolo ucraino e chiesto lo stop del conflitto ma stanno ancora discutendo se e quando fare un’eventuale Marcia Perugia – Assisi straordinaria, i più giovani dell’Umbria si sono mobilitati in maniera determinata per un invito forte ed eclatante alla pace. 
Venerdì  11 marzo 2022 lo hanno fatto sia a Perugia che a Città di Castello con una partecipazione che finora non era stata raggiunta da altre manifestazioni sorte per la stessa ragione.
A Perugia gli studenti delle superiori e gli universitari si sono raccolti con bandiere e striscioni in piazza Italia, cuore della città e della regione, visto che qui affacciano i palazzi delle principali istituzioni politiche e amministrative.


A Città di Castello trecento bambini si sono presi per mano e hanno raggiunto lo stadio Corrado Bernicchi per un gesto altamente simbolico: comporre la parola pace sul verde di un campo dove si gioca a calcio, lo sport di squadra più praticato in questa nostra Italia che all’articolo 11 della sua Costituzione ha quale principio fondamentale il ripudiare “la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. 


Tra quei trecento alunni a tenersi mano nella mano c’erano anche Alexander, russo, e Oleksandr, ucraino. Frequentano la stessa classe della primaria La Tina.
Ad Alexander, Oleksandr, agli altri 298 loro compagni che si sono fatti fotografare da un drone su quel campo di calcio e anche agli studenti che si sono raccolti attorno al monumento di Vittorio Emanuele II, probabilmente, non importa o importa poco come è nata la guerra; perché la Russia ha invaso l’Ucraina; e perché gli ucraini combattono con tutte le loro forze per respingere chi li vuole privarli delle loro libertà. E solo pochi di loro conoscono quell’articolo della Costituzione, mentre la maggioranza non ne ha mai sentito parlare. Ma tutti loro sanno – e lo sanno più dei grandi - cosa significa veramente la parola pace.


Che un bambino russo oggi prenda per mano un coetaneo ucraino non è scontato. Perché altrove, anche fuori dal teatro di guerra, sappiamo che, a causa dell’odio che si è generato anche tra le persone comuni, non accade in quanto i loro genitori, i loro parenti e loro amici insegnano che non si può e non si deve fare. Anche all’interno delle stesse famiglie, se ci sono origini differenti. E non è scontato che altri 298 bambini (presumibilmente non tutti figli di famiglie italiane di nascita, viste le percentuali regionali di alunni di origini straniere) si uniscano per sostenerli, perché sappiamo che il seme dell’intolleranza, a volte, è germogliato anche nelle nostre scuole dell’Umbria. E, ancora, non è scontato neppure che studenti delle superiori e delle università diano vita, dimostrando una sincera forte convinzione del loro gesto, a una manifestazione con tanto di cartelli e vessilli con i colori dell’arcobaleno.


Magari, qualcuno tra noi adulti, nel suo passato lo ha fatto. Ma nessuno di noi ha vissuto sulle sue spalle tutto quello che hanno già vissuto questi giovani. E, sempre tra noi, c’è chi delle guerre in Europa unite alle pandemie, per esempio, ne ha solo letto sui libri di storia o sentito parlare dai padri e dai nonni. 


E’ vero che anche in tempi non remoti abbiamo assistito a una guerra in Europa, quando c’è stato lo sgretolamento dell’ex Jugoslavia. Ed è altrettanto vero anche allora ci furono genocidi. Ma, all’epoca (anni ’90 del secolo scorso), il resto del continente viveva in un benessere generale, sia economico che sanitario. E, soprattutto, non esisteva la possibilità di avere immediatamente e direttamente un occhio puntato sulle realtà e sulle atrocità che si stavano compiendo.
I bambini e i giovani di oggi, invece, la guerra la stanno vedendo in diretta da giorni. E hanno già sulle spalle il segno indelebile di essere sopravvissuti a un’emergenza sanitaria planetaria (che non è neppure ancora conclusa) di proporzioni inimmaginabili fino a pochissimi anni fa.
Per questo chiedono pace. 
Per questo hanno bisogno di pace. 
Per questo sanno, probabilmente più di noi, che il peso degli anni ci ha resi meno partecipi a certe emozioni, qual è il pieno valore della parola pace.
Anche se è solo scritta su un campo di calcio e fotografata da un drone. O è dipinta su una bandiera che non si vedrà mai issare su un confine.
Sergio Casagrande

[email protected]
Twitter: @essecia