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Tutti i Comuni umbri a rischio idrogeologico: il pericolo costante

Sergio Casagrande
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Il rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico dell’Italia, almeno per quanto riguarda l’Umbria, non dice molto di nuovo. Che la nostra regione fosse ad alto rischio lo sapevamo già da diversi decenni. Quello che ci fa capire, però, è che la fragilità dell’Umbria è un problema che nessuno, finora, ha voluto risolvere. O, comunque, anche se in alcuni casi lo ha voluto e ha concretamente tentato, di certo non ci è riuscito in pieno. Come per tante strade che sono piene di buche, finora sono state messe, qua e là, solo toppe, altrimenti ancora oggi non avremmo il 100% dei Comuni presentare almeno una situazione a rischio frane, smottamenti e alluvioni.
Per giunta le ragioni di questo quadro di generale pericolo le conosciamo già bene e non c’è più la necessità di attendere ulteriori analisi, studi, valutazioni: l’urbanizzazione di alcuni centri che non ha seguito un’adeguata programmazione e un’oculata attenzione alla sicurezza; lo spopolamento di aree, soprattutto montane, che ha comportato un rapido decadimento di azioni che garantivano il mantenimento del territorio; l’utilizzo sconsiderato di molte risorse. Tutte situazioni che, poi, e solo poi, con i cambiamenti climatici hanno subito un ulteriore peggioramento degli effetti e un’accelerazione delle conseguenze. Per cui, se ora una riflessione deve essere fatta, questa dovrebbe partire dall’operato di chi ha amministrato negli ultimi 30 – 50 anni (e anche più) i territori e di chi, nel frattempo, ha dato loro il cambio. E bisognerebbe tenere bene in conto che non è solo con un’opera di consolidamento dell’instabile che ci potremmo mettere, finalmente, in sicurezza. Ci vogliono scelte più ampie che tocchino tutte le programmazioni, arrivando ad affrontare problemi economico-sociali che rischiano di diventare irrecuperabili, come quello dell’abbandono delle aree più disagiate della regione. Scelte che, in questo senso, finora non sono mai state prese con iniziative efficaci, neppure quando dopo i terremoti più forti abbiamo visto svuotare immediatamente i nostri paesi più piccoli e remoti.
Ben vengano, quindi, stanziamenti, come gli ultimi in ordine di tempo, arrivati dalla Regione Umbria con i 5 milioni e 810.504 euro che ha erogato attingendo al Fondo nazionale contro la mitigazione del rischio. E bene pure l’oculata ripartizione fatta di questa somma che andrà a mettere in sicurezza il Tessino a Spoleto, il fosso Stroncone nel Ternano e a ridurre il rischio idraulico del fiume Paglia, corso d’acqua colpevole di una delle più devastanti alluvioni subite dall’Orvietano in tempi recenti. Ma, per veder scendere rapidamente e in maniera significativa quel 100% dei comuni umbri che presenta instabilità e dissesti, ci vuole molto di più. Perché le opere di messa in sicurezza strutturale sono sì fondamentali, ma rischiano di rivelarsi insufficienti se, contemporaneamente, non si pianifica il futuro del territorio adottando un nuovo sistema di controllo e di sviluppo di certe aree urbane; non si stabilizzano le pendici di montagne e colline; non si avviano attività di rimboschimento; non si gestiscono adeguatamente le acque meteoriche. L’alternativa è rassegnarsi al ripetersi di rapporti, come questo nuovo dell’Ispra, che continuano a ricordarci che il pericolo resta costante in tutti i 92 comuni umbri.
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Twitter: @essecia