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Umbria, abusivismo in crescita tra estetiste e parrucchieri: uno su tre lavora in nero

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Un 30% di coloro che operano nel settore dei servizi alla persona, quindi parrucchieri ed estetiste, è abusivo. Ossia esercita la professione in nero ed è totalmente sconosciuto al fisco. A dirlo è uno studio di Confartigianato e il presidente regionale, Mauro Franceschini - che sta facendo della lotta al sommerso un suo cavallo di battaglia - aggiunge che si tratta di un fenomeno che, purtroppo, è in costante aumento. “E la cosa è gravissima - evidenzia - perché questi soggetti mettono a rischio, facendogli concorrenza sleale, il lavoro di tutti coloro che invece operano correttamente, attenendosi in maniera rigorosa alle regole sulla sicurezza e pagando regolarmente le tasse”. In Umbria sono 1.717 i saloni di parrucchieri e barbieri e 830 i centri estetici. 2.547 attività danneggiate da chi offre servizi itineranti a domicilio per taglio dei capelli, manicure e trattamenti estetici, anche a chi è sprovvisto di green pass.

 

 

 

 

“Effettuare controlli è difficilissimo, quasi impossibile - ammette il presidente Franceschini - proprio perché questi soggetti si muovono da una casa all’altra, è molto complicato pizzicarli in flagranza e dimostrare che stavano compiendo attività abusiva. A meno che non vi siano segnalazioni precise che possano portare l’Agenzia delle Entrate o l’Ispettorato del lavoro a effettuare verifiche mirate e circostanziate. Per questo, come associazione, continuiamo a sollecitare il contributo dei cittadini. Noi ci impegniamo a rigirare in forma anonima le segnalazioni agli organismi competenti ma dobbiamo sapere chi ci contatta. Ed è qui che arriva il problema: molti, per paura, preferiscono non dare nome e cognome”. Le stime sull’abusivismo rielaborate dall’ufficio studi di Confartigianato, su dati Istat 2021, indicano un tasso di irregolarità del lavoro pari al 27,6% delle attività registrate, oltre dodici punti percentuali superiore al 14,9% rilevato per la media delle attività economiche.

 

 

 

 

“Ci sono altri settori, come l’edilizia o l’autoriparazione, dove il fenomeno è molto diffuso ma non vengono mai raggiunti livelli così importanti - spiega Franceschini - I motivi sono molteplici ma credo che una pressione fiscale stringente e una serie di norme che ostacolano l’iniziativa privata siano quelli che più di altri spingano all’abusivismo. Il locale in cui opera una estetista, per esempio, è quasi equiparato a uno studio medico per cui deve essere allestito nel rispetto di norme rigorose. La stessa estetista - che deve avere conseguito uno specifico attestato - dovrà poi affrontare costi diretti e indiretti per sterilizzazioni e sanificazioni oltre a controlli rigidissimi da parte della Asl. A questo si aggiungono le tasse da pagare. In nero è tutto più semplice. Ma le garanzie di professionalità e sicurezza per i clienti vengono meno totalmente. E anche questo è un aspetto di cui non si può non tenere conto".