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Spoleto, commissariamento del Comune: il Tar mette la parola fine al ricorso

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Bocciato di fatto il ricorso dell'ex sindaco di Spoleto contro il voto di sfiducia e il conseguente commissariamento del Comune che ha portato alle elezioni anticipate dell'ottobre scorso. Umberto De Augustinis è stato anche condannato a pagare 2 mila euro ciascuno per le spese legali sostenute dal ministero dell'Interno e dai dipendenti del sistema sanitario regionale che nella precedente amministrazione sedevano in consiglio, vale a dire Marco Trippetti (Pd), Antonio Di Cintio e Paola Vittoria Santirosi (entrambi di Fratelli d'Italia), accusati dall'ex sindaco di un presunto conflitto di interesse.

 

 

Questa la decisione del Tar che ha dichiarato il ricorso “improcedibile per sopravvenuto difetto di interesse”, rilevando come l'ex sindaco non abbia impugnato i provvedimenti relativi alle elezioni di ottobre, per cui “nessuna utilità – si legge in sentenza - potrebbe derivare dall'annullamento” della delibera di sfiducia e del conseguente commissariamento dell'ente. Tuttavia, il collegio (presidente Potenza a latere Carrarelli e Mattei) ha ritenuto comunque di “evidenziare l'infondatezza del ricorso” dell'ex sindaco “basato su assunti non meritevoli di condivisione”. Con sentenza, dunque, i giudici affermano che “le dimissioni formalizzate da De Augustinis l’11 marzo scorso erano in quel momento prive di efficacia immediata”, perché la legge concede ai sindaci 20 giorni per ritirarle, motivo per cui “non incidevano sui poteri dell'assemblea” che poteva votare la sfiducia. Il collegio, poi, evidenzia anche che “la diversa ricostruzione prospettata” da De Augustinis, secondo cui con la presentazione delle dimissioni la sfiducia non avrebbe dovuto essere votata, genererebbe “la paradossale conseguenza – è scritto - di consentire al sindaco di impedire al consiglio di esprimersi sul rapporto di fiducia con l'esecutivo, sterilizzando di fatto l'istituto della mozione di sfiducia, soltanto con la presentazione delle proprie dimissioni revocabili”.

 

 

In questo senso, per il Tar “le dimissioni revocabili entro 20 giorni diventerebbero un escamotage con cui l’esecutivo potrebbe sistematicamente precludere al consiglio il principale meccanismo di censura del suo operato politico”. De Augustinis, poi, col ricorso paventava il presunto conflitto di interesse sui consiglieri dipendenti del sistema sanitario regionale che, a suo dire, non avrebbero dovuto votare la mozione bensì astenersi. Anche qui i giudici considerano “infondate” le argomentazioni, perché “a fronte dell’ampiezza della mozione di sfiducia è evidente che la stessa poggi su motivazioni di carattere politico che, per loro natura, sfuggono al sindacato del giudice amministrativo, avendo ampia discrezionalità”. In ogni caso, per il Tar “non è ravvisabile dagli atti una univoca e diretta correlazione tra la sfiducia e interessi personali dei ricorrenti o della Asl di cui sono dipendenti”.