Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Perugia, concorsi truccati alla Stranieri. La Procura: "Nessuna remora ad alterare procedure"

Il lampione restaurato

Francesca Marruco
  • a
  • a
  • a

“La governance (precedente ndr) dell’Ateneo non ha avuto alcuna remora ad alterare le procedure di selezione dei professori ordinari e dei dottorandi” stava scritto nella richiesta di misure cautelari con cui lo scorso anno il Procuratore, Raffaele Cantone e i pm, Paolo Abbritti e Gianpaolo Mocetti, chiesero e ottennero l’interdizione dalla professione per gli indagati coinvolti nello scandalo Suarez. Oggi la presunta manipolazione dei concorsi a Palazzo Gallenga torna prepotentemente in primo piano col balzo in avanti dell’inchiesta. Il capitolo numero due dello scandalo Unistra si apre con una raffica di avvisi di garanzia, diversi inviti a comparire, e altrettante acquisizioni documentali effettuate anche ieri a Palazzo Gallenga e al Miur. Nel mirino della Procura sono finite anche persone già indagate per la tranche Suarez: l’ex rettrice, Giuliana Grego Bolli e la professoressa, Stefania Spina. Insieme a loro almeno altri tre docenti di Unistra finiti nel registro degli indagati. E gli altri - molti sono professori che hanno fatto parte di commissioni di concorsi - in molti casi sono docenti di altri atenei italiani. Una rete fittissima di presunti favori che l’accusa legge con la lente del codice penale e traduce in ipotesi di reato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio e turbata libertà degli incanti.

 


Nella giornata di ieri, mentre i militari della guardia di finanza di Perugia del comandante provinciale, colonnello Antonella Casazza - le acquisizioni sono state effettuate dai finanzieri del gruppo tutela economia e tutela finanza pubblica alla guida del maggiore, Enrico Fiorenza - acquisivano documenti, verbali, file, chat, email sono state anche ascoltate delle persone informate sui fatti per ricostruire quello che secondo la Procura è stato un modus operandi illecito di gestire i concorsi. 
E che lo stesso Procuratore, Raffaele Cantone, ha spiegato nella nota stampa diramata ieri mattina. Per l’accusa infatti, “gli esiti di alcuni concorsi, indetti per l’assunzione di ricercatori e professori universitari, potrebbero essere stati predeterminati, a seconda dei casi, mediante la scelta dei tempi dell’uscita dei bandi, la loro profilazione, l’individuazione di commissari compiacenti ed il controllo di ciascuna fase delle selezioni, fino alla nomina a vincitori dei candidati prescelti, a prescindere da ogni valutazione comparativa e di merito”.

 


Di concorsi, come detto, si parlava anche nelle carte dello scandalo Suarez. Del resto gli inquirenti si imbatterono nell’organizzazione dell’esame farsa mentre indagavano proprio sui concorsi. E nella richiesta di misure cautelari si leggeva: “Dalle conversazioni Whatsapp del cellulare di Grego Bolli si apprende come la Rettrice abbia cercato - evidentemente con successo - di influenzare almeno tre dei cinque commissari per far sì che la Spina ottenesse l’Asn e potesse poi aggiudicarsi la cattedra a lei destinata all’Unistra”. In questo nuovo filone di inchiesta sarebbero finiti almeno 5-6 concorsi. In quelle pagine della Procura - in cui appariva indagato anche il professore universitario a Roma, Paolo Di Giovine, un “commissario con il quale la rettrice aveva contatti diretti e che ha tenuto una condotta tutt’altro che ispirata ai necessari principi di trasparenza e imparzialità con riferimento al rilascio dell’Asn alla Spina” - stava scritto che “il quadro dei rapporti accademici tra la Rettrice e i commissari contattati, denotavano come la segnalazione ai commissari dei candidati da favorire sia una prassi consolidata, tutto ciò - evidenziavano i pm - malgrado gli indagati ne percepiscano perfettamente l’illiceità e cerchino, anche maldestramente, di mettersi al riparo dall’eventualità di essere intercettati. La stessa Grego Bolli si premura di usare telefono fisso o il cellulare dei familiari per le chiamate più scottanti. Ciò nonostante - concludono i magistrati - i messaggi restano comunque inequivocabili”.