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Terni, milioni di euro sottratti al fisco e portati in Svizzera. La Cassazione respinge il ricorso di un imprenditore

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La quinta sezione civile della Corte di Cassazione (nella foto) ha respinto il ricorso dell’imprenditore ternano, assistito dall’avvocato Arnaldo Giocondi, che aveva impugnato la sentenza della commissione regionale tributaria dell’Umbria. L’oggetto del contendere riguarda il mancato inserimento nelle dichiarazioni dei redditi 2006 e 2007 di ingenti somme di denaro, si parla di svariati milioni di euro, che sarebbero state trasferite in conti svizzeri.

La commissione tributaria regionale nel 2014 aveva riformato la decisione di primo grado ritenendo che l’accertamento d’ufficio sull’omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi si fondasse su “comprovati prelevamenti bancari” con trasferimento di valuta in Svizzera. Il giudice aveva escluso che l’imprenditore avesse fornito la prova contraria secondo cui quelle somme non fossero di sua esclusiva pertinenza. Da qui il ricorso del contribuente e il controricorso dell’ Agenzia delle entrate. I due motivi alla base del ricorso sono stati però ritenuti infondati. Respinta anche la censura di legittimità costituzionale.

La Suprema Corte di Cassazione, infatti, ha ritenuto legittimi gli accertamenti presuntivi in mancanza di dichiarazioni dei redditi. In più è stato stabilito che a sostegno della pretesa dell’erario “l’ufficio ha offerto un profluvio di elementi indiziari, vale a dire l’esistenza di 43 società create dall’interessato e amministrate da soggetti privi di capacità imprenditoriali”. E ha pesato contro l’imprenditore il suo atteggiamento non collaborativo con gli inquirenti della finanza, come quando “dette alle fiamme, gettandola nel caminetto, copiosa documentazione”. Dai conti bancari avrebbe prelevato ingenti capitali esportati in Svizzera senza essere tassati. Il collegio giudicante, presieduto da Ettore Cirillo, era composto dai giudici Rosita D'Angiolella, Riccardo Guida (relatore), Filippo D'Aquino e Marcello Fracanzani. I giudici della Suprema Corte di Cassazione di Roma hanno respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile, e hanno condannato l'imprenditore ternano a pagare 11 mila euro a titolo di spese legali.  La sentenza numero 32.830 è stata pubblicata martedì 9 novembre.