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L'intervista del Corriere a Camihawke: "Perugia per me è casa"

Giovanni Dozzini
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“Perugia per me è casa”. Già. Camilla Boniardi, a Perugia, passa molto del proprio tempo. Questa trentunenne monzese diventata poco a poco una delle maggiori star del Web italiano, la Camihawke che imperversa su Instagram con oltre un milione e trecentomila follower, a Perugia, dice, ha pressoché tutto: “L'amore, la famiglia”. Aimone Romizi, il suo fidanzato, è il frontman dei Fast Animals and Slow Kids. La tribù dei Romizi, cognome ingombrante ma nessuna parentela con il sindaco della città, l'ha accolta con il consueto calore nella tentacolare casa appena fuori dal centro. La gente che la ferma per strada, qua, è tanta. La presentazione del suo romanzo Per tutto il resto dei miei sbagli, che domani sera chiuderà alla Sala dei Notari l'edizione 2021 di Umbria Libri, è sold out da giorni, e non c'è da stupirsene. Il romanzo, pubblicato ad aprile da Mondadori, è stato un successo strepitoso. In classifica per settimane, decine di migliaia di copie vendute, un'estate su e giù per il Paese a parlarne nei festival. “La voglia di scrivere un romanzo ce l'ho da prima che nascesse Camihawke”, spiega lei. “Quando nel 2017 sono entrata nella mia agenzia, dopo aver avuto per anni un blog su Tumblr in cui tenevo una sorta di diario, la prima cosa che ho detto è stata questa: prima o poi voglio raccontare una storia. Ma non era ancora il momento. Abbiamo pensato di procedere per gradi. Prima è venuta Camihawke, poi, a un certo punto, mi sono decisa a dedicarmi al romanzo”. Che la Boniardi non sia una scrittrice improvvisata si vede. A raccontare storie, d'altronde, è abituata: è questo che si fa su Instagram, anche solo con una foto, naturalmente con i video e, appunto, le storie. “Però volevo qualcosa che richiedesse più tempo. Più tempo per me, per lavorarci, e più tempo per gli altri, per i lettori. Volevo qualcosa senza una scadenza di ventiquattro ore, che restasse. Dal punto di vista tecnico non è stato facile: ho scoperto subito che leggere molto, e dai tempi dell'università in qua sono stata una grande lettrice, non basta. All'inizio ho dovuto pormi molti problemi a cui non avevo pensato. Scrivere in prima o in terza persona, al passato, al presente, adottare o non adottare un io onnisciente. E poi dare vita alla voce di un personaggio maschile, per esempio, dargli credibilità. Questa è stata la cosa più difficile”.

 

 

Per tutto il resto dei miei sbagli è un romanzo che, pur non essendo in tutto e per tutto autobiografico, si nutre evidentemente della sua esperienza. In futuro, se ci saranno altri romanzi, proseguiranno su questa strada? “No. Spero che ci saranno altri romanzi, ma sono sicura che non esisterà un seguito di questo. Quanto all'autobiografia, è vero che c'è, ma ce n'è molta meno di quello che sembri. Per cominciare ho pensato che partire dalla mia vita, parlare delle cose che conosco, fosse la cosa più semplice e opportuna, ma Marta non è esattamente Camilla, né potrebbe esserlo. Cosa c'è di vero e cosa di inventato lo so solo io, e credo sia giusto così. Se fossi un lettore del mio romanzo non vorrei sapere dove finisce la realtà e comincia la finzione letteraria. Come con le canzoni che amiamo: meglio restare col dubbio, lasciare quel margine di mistero, per evitare di essere delusi”.

 

 

Come è stato fare i conti col fatto che molta gente ha presumibilmente comprato il libro a scatola chiusa, perché era il libro di Camihawke? “Io l'ho vissuta bene. D'altronde Camihawke non è spuntata dal nulla. È stata frutto di lavoro, impegno, abnegazione. Se uno dei motivi per cui la gente ha voluto leggere il mio romanzo è stata l'opinione che aveva di Camihawke per me va benissimo. Non è che sono diventata famosa per aver sposato Bill Gates. Anzi, spero che in futuro ci sia una compenetrazione sempre maggiore tra il mondo dell'editoria e quello della comunicazione sul Web. I libri vanno raccontati di più e in maniera più convincente, come già succede con la musica o il cinema o le serie tv”. E l'accoglienza del mondo letterario? Com'è stata? “Molto buona. La casa editrice, chi ha lavorato con me, tutto. Ai festival ero abituata, perché avevo già partecipato a molti panel sulla comunicazione, ora è cambiato solo il topic”. E gli altri autori? “Anche con loro è andata molto bene. Ho conosciuto gente molto in gamba. Teresa Ciabatti, Silvia Avallone, molti altri. Nessuna traccia della diffidenza che pure potevo aspettarmi. Tutti si sono rivelati curiosi e interessati a conoscere e capire il mio percorso, come io volevo conoscere e capire il loro. È stato bello”.