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Città della Pieve, bambino ucciso: “Non lo voglio perdere, andrò in prigione” . Il video della mamma prima del delitto

Francesca Marruco
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Amo molto mio figlio e non posso vivere senza di lui. Ma non credo ci siano possibilità per riaverlo. Tutto quello che so è che mi hanno tolto tutto e non me lo faranno vedere, e mi metteranno anche in prigione perché penseranno che sono scappata, anche se sono appena arrivata in vacanza per vedere l’Italia”. Sono le 14.17 quando in Ungheria arriva un video a un parente di Katalina. Nelle immagini – che il Corriere dell’Umbria ha potuto vedere - ci sono lei e il piccolo Alex. E’ ancora vivo. Sono seduti all’esterno di un edificio. Sembra essere quel rudere in cui poco dopo il piccolo è stato colpito con sette coltellate. Nei due minuti e 25 secondi di video la donna piange disperatamente e il bimbo cerca un trattore, ripete più volte la parola trattore. Lei lo attira a sé e lo bacia. I suoi parenti in Ungheria non credono che possa essere stata lei ad ucciderlo perché Alex era la sua vita.

 

 

Di certo in questo stesso video la donna parla in qualche modo della sentenza del tribunale di Budapest che le aveva tolto la custodia del bambino e lo aveva affidato al padre, consentendole di vederlo solo sei ore al mese alla presenza di assistenti sociali. “Il processo si sarebbe dovuto celebrare il 15 ottobre” spiega il padre del piccolo, Norbert Juhasz, “ma era stato anticipato perché la situazione era grave”. Adesso all’uomo non resta che venire a riprendere il figlio. Arriverà la prossima settimana. Era stata Katalina a fare causa ma il tribunale aveva deciso che la donna non poteva più tenerlo con sé e le andava tolto subito. Ed è per questo motivo che il padre non si dà pace: “Se la polizia ungherese avesse emesso un alert con ricerca internazionale, Alex poteva essere salvato”.

 

 

 

A questo proposito nella giornata di ieri, è stata proprio la polizia ungherese a emettere una nota ufficiale in cui viene spiegato che il 22 settembre, il giorno in cui Norbert va per la prima volta alla polizia per denunciare la scomparsa della ex e del figlio, anche se lei glielo avrebbe dovuto consegnare, gli agenti fanno un sopralluogo e non la trovano. Il giorno dopo il padre torna ma, sta scritto nel comunicato, “non poteva configurarsi alcun reato perché sarebbe potuto scattare solo in caso di collocazione permanente del minore in un altro luogo rispetto a quello indicato dal tribunale”. Il 29 settembre il padre torna a chiedere aiuto dicendo di aver capito che la donna era in Italia. Non basta neanche questo: l’alert di ricerca che viene emesso è solo nazionale. In Italia non arriva nulla. E questo segnerà il destino del piccolo Alex. Perché la donna viene censita alla Caritas a Roma e fermata dai carabinieri di Chiusi - che le sequestrano pure un coltello - ma non risultando come ricercata, la lasciano andare. E il 1 ottobre si compie il delitto. Nel video Katalina ripete di amare il piccolo, piange, è sconvolta. Dice che il bimbo ha sonno e che hanno raccolto prove false su di lei. Sono i momenti immediatamente antecedenti all’omicidio. Per il pm, Manuela Comodi c’è un solo colpevole: lei, che in lacrime che dice di non voler perdere il figlio. E che in un messaggio inviato in Ungheria, insieme alla tremenda foto di Alex insanguinato, scrive: “Adesso non sarà più di nessuno”.