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Orvieto, a rischio le coltivazioni agricole per i lavori in programma sulla Complanare

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“Così spariscono decine di aziende agricole e si cancella un terreno fertile e permeabile dove nasce il fagiolo secondo del Piano, l'oro bianco del Paglia, presidio Slow food”. Lo denuncia la Cia-Agricoltori italiani di Orvieto che, insieme a Cia Umbria, lancia l'allarme sul progetto di fattibilità tecnica per la realizzazione del nuovo stralcio della Complanare, approvato a giugno dalla giunta comunale. Com'è noto, l'arteria dovrebbe collegare la statale 71, il casello dell'A1 e la statale 205. Nel progetto attualmente approvato verrebbero eliminati i tratti interni ai centri abitati di Segheria, Sferracavallo, Orvieto Scalo e, in parte, Ciconia.

 

 

“Realizzare la nuova arteria stradale in questo modo – afferma Costantino Pacioni, presidente di Cia Orvieto – significa cancellare interamente un terreno alluvionale altamente fertile. Un fazzoletto di terra prezioso a livello ambientale ed economico, molto permeabile, dove, storicamente, operano decine e decine di aziende agricole impegnate nella produzione di ortaggi, grano, e, in particolare, nella coltivazione di uno dei presidi Slow food della nostra regione”.

 

 

Al sindaco di Orvieto, Roberta Tardani, e a tutte le forze politiche non si chiede di rinunciare al progetto, ma di trovare un'alternativa per limitare il traffico della zona nord di Orvieto. Ad oggi, la preoccupazione è stata condivisa dalla Federazione Pci. “Nel corso degli ultimi 25 anni – rincara il presidente Cia Umbria, Matteo Bartolini – in Italia il suolo consumato ha superato i 200 chilometri quadrati all’anno. Spariscono sotto la grigia coltre del cemento 55 ettari al giorno, l’equivalente di 79 campi da calcio. Ma nonostante questi dati, le amministrazioni comunali continuano a cancellare terreno agricolo e biodiversità. Uno scenario al quale non possiamo che opporci con responsabilità, anche verso le generazioni future. E, in questo caso specifico, si tratta anche di una minaccia nei confronti delle piccole produzioni tradizionali che rischiano di scomparire per sempre”.