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Davide Pecorelli, "ho trovato il tesoro, avrei dovuto fare a metà con il prete"

L'imprenditore naufragato a Montecristo dopo aver inscenato la morte racconta di aver trovato 250 chili di monete d'oro

Alessandro Antonini
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"Ho trovato il tesoro di San Mamiliano, sono tre forzieri con 250 chili di monete d’oro zecchino da cinque grammi l’una”. E avrebbe dovuto “fare a metà col prete che mi ha indicato i luoghi del ritrovamento”. Il più classico dei fifty-fifty. E’ l’ultima bomba di Davide Pecorelli, l’imprenditore dato per morto per otto mesi e poi ricomparso naufrago all’isola di Montecristo. Il confine tra fantasia (tanta), romanzo e verità non solo si assottiglia, ma a tratti sparisce. Lunghi tratti. Anche perché aveva detto di aver passato gli otto e rotti mesi in una comunità religiosa mentre alcune foto e testimonianze dicono che almeno d’estate stava a Valona a progettare partite di calcio e viaggi in Grecia, bevendo superalcolici, parlando di sport e spacciandosi per scrittore intento a riscrivere un romanzo ispirato al Conte di Montecristo di Dumas. Guarda caso. E si faceva chiamare Cristiano.

 

 

Ma ieri è stato scritto un nuovo capitolo: intervistato da Lucilla Nasucci de La vita in diretta (Rai 1) ha raccontato di aver ritrovato due dei tre forzieri a Cala Corfù e cala (o punta) Fortezza, pochi giorni prima di provare ad approdare al terzo, a cala Maestra, dove è stato però intercettato a bordo del gommone dai carabinieri forestali. Lì avrebbe inventato di avere poca benzina. Un fatto è certo: aveva piccozze, sacchi di juta e mappe. Le monete, ha dichiarato, sono rimaste lì: troppo pesanti per essere portare nel garage affittato sulla terraferma. “Ma ho le foto e le ho mandate in Procura, a Perugia”. Ma la Procura smentisce il particolare. Non il racconto, che sarebbe lo stesso reso nell’audizione come persona informata sui fatti di lunedì pomeriggio. La narrazione prosegue: “E’ stato il capo della comunità a indicarmi i luoghi, ci sono andato e li ho trovati”, ha detto Pecorelli. La figura del prete diventa centrale. 
 

 

“Avevo deciso di suicidarmi”, ha detto ancora Pecorelli, “poi sono andato a confessarmi da un prete che mi ha convinto a non farlo e a simulare la mia morte”. E’ lui il complice che l’avrebbe aiutato a bruciare la Skoda Fabia e gli avrebbe fornito i resti umani presi da un ossario comune. Non vuole fare il nome del religioso. “Non lo farò mai, è la persona che mi ha salvato la vita”. Ha ribadito di essere stato otto mesi nella comunità di Medjugorje, di cui “quattro drammatici, sempre a piangere”. Peccato che poi quando parla del tesoro la voce del registrato trattiene a stento il riso. Altro particolare: la carta d’identità (a nome Giuseppe Mundo) sarebbe stata di un suo vecchio debitore, avuta come pegno. In realtà risultano solo crediti da pagare, a suo carico, per cifre importanti. Simili al premio della polizza sulla vita che avrebbe stipulato a settembre. Ieri Pecorelli ha ribadito che un’assicurazione ce l’ha ma da 30 anni. E che l’obiettivo non era fingersi morto per riscuotere. La compagna albanese - proprio di Valona - non ha mai avviato la pratica di morte presunta. Senonché nell’informativa della mobile di Perugia il sospetto che Pecorelli fosse vivo c’era da tempo. Il tesoro? Che sia un colpo di scena per uscire in bellezza da un piano malriuscito? Dopo la trasmissione degli atti, oltre che a Tirana, anche a Grosseto, non mancheranno gli accertamenti del caso.