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Perugia, omicidio Samuele: le due versioni della trans indagata

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Alessandro Antonini e Francesca Marruco
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Trenta euro sporchi di sangue che Patrizia ha “gettato nel fosso, che era pieno d’acqua”. Soldi - stando alla lista reperti ancora da analizzare - mai trovati. L’indagata ne parla nel primo interrogatorio del 28 aprile ma non viene fatta menzione nel secondo del 29 luglio. Quei soldi erano il pagamento della prestazione sessuale che Samuele De Paoli avrebbe richiesto e mai ottenuto alla trans Pinheiro Reis Duarte Hudson, in arte Patrizia, prima di morire il 27 di cinque mesi fa, come effetto della presa al collo di quest’ultima. E’ quanto emerge dalla comparazione dei due verbali in cui l’indagata per omicidio preterintenzionale. E non è l’unica discrasia. Nella prima versione la brasiliana di 43 anni riferisce che Samuele durante la colluttazione - nata proprio per il mancato rapporto sessuale - l’avrebbe colpita con “un bastone o un oggetto contundente” mentre erano ancora dentro l’auto. In un secondo momento, a distanza di tre mesi, le sue parole cambiano.

 

“Appena tirata fuori dall’auto siamo entrambi caduti nel fosso che era lì vicino, il giovane è caduto di schiena e io gli sono caduta sopra ma lui girandosi mi ha posto al di sotto del suo corpo e ha iniziato a colpirmi ancora sempre con dei pugni. In quel frangente il giovane ha trovato un pezzo di legno e ha cominciato a colpirmi al fianco sinistro. Mi si contesta che nel precedente verbale dissi che il bastone venne usato per colpirmi mentre ero ancora in auto ma preciso che i fatti si sono svolti come oggi li ho dichiarati, lo sono riuscita ad afferrare il bastone e a toglierglielo di mano gettandolo via. Lui allora mi ha afferrato per la gola e io ho fatto altrettanto”, è scritto nell’interrogatorio. E ancora: la prima volta Pinheiro ha detto che durante la zuffa a terra, poco prima della stretta risultata mortale anche dall’autopsia, la mano sinistra gli era stata bloccata da Samuele, mentre poi ha precisato che con quella mano teneva stretta la borsetta, in cui custodiva un centinaio di euro e il cellulare. La stretta al collo sarebbe invece arrivata mentre anche lui l’aveva afferrata alla giugulare - è la versione della trans - che precisa: “Più che stringerlo io ho tentato di allontanarlo”. Senonché “dopo poco che io presi il De Paoli per la gola lo stesso cessò nell’aggressione posso approssimativamente indicare la durata del mio gesto in qualche secondo, forse una decina. Appena vidi che il De Paoli non stringeva più la mia gola lasciai la presa anche io”, dice Patrizia nel secondo verbale.

 

Poi continua: “Quando mi allontanai era ancora in vita e ciò sia perché lo vidi muoversi e sia perché mi chiese aiuto dicendomi la parola ‘aiutami’. Il giovane non mi chiese nulla di più specifico”. Nella prima versione l’indagata aveva ricostruito la fase clou della colluttazione in un altro modo: “Siamo entrambi caduti nel fosso - sta scritto a verbale - e lui continuava a colpirmi con dei pugni ed era sopra di me. Io allora lo afferrai alla gola con una mano perché l’altra mi era stata immobilizzata dall’aggressore ma, riuscita a divincolarmi, lo colpii con un pugno al volto. Dopo il pugno che gli ho dato ha smesso di colpirmi ed io sono riuscita a liberarmi fuggendo mentre lui è rimasto lì fermo”. “Mentre scappavo - aveva detto la prima volta - il giovane mi chiedeva aiuto per farlo uscire dal fosso dicendomi che era ubriaco e non riusciva a rialzarsi da solo”. Francesco Gatti, avvocato dell’indagata dice: “Le incongruenze non sono così rilevanti,  e almeno allo stato attuale sono state ritenute tali anche dagli organi inquirenti, non afferenti a passaggi fondamentali della vicenda. In ogni caso qualsiasi incongruenza può essere condizionata dal momento di grave choc dovuto all’evento. Io sono sempre più convinto che in questo procedimento parlino gli accertamenti tecnici, le cause della morte sono queste  e non sono negate da nessuna incongruenza e sono pienamente compatibili  con la ricostruzione della mia cliente”.  Chi non crede alle parole di Patrizia è la famiglia di Samuele, assistita dai legali Brenda Ercolani e Valter Biscotti. La madre della vittima in un post scrive: “Sono 125 giorni che mio figlio è stato ammazzato e il colpevole è in giro senza nessuna restrizione. Come è possibile ci rendiamo conto?”.