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Fask in concerto sul palco di Suoni Controvento: "Siamo legati visceralmente all'Umbria"

Gabriele Burini
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“Salve a tutti, noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia”. Aimone Romizi questa frase la ripete dal 2011 ad ogni concerto. Un marchio di fabbrica che conferma il legame che il gruppo perugino - composto da Aimone Romizi, Alessio Mingoli, Jacopo Gigliotti e Alessandro Guercini - ha instaurato con Perugia e con l’Umbria. “Siamo tanto legati a questa regione, in maniera viscerale - spiega Romizi -Siamo una band molto radicata e cerchiamo di promuovere il nostro territorio, per far vedere che anche qua c’è un tessuto culturale attivo. L’Umbria è una regione da scoprire e ha tanto da offrire”.

 


Oggi, dopo due anni, tornate a suonare a casa vostra, sul monte Motette. Nel mezzo ci sono state una pandemia e un tour annullato, con due date anche a Perugia. Si chiude un cerchio? 
No, il cerchio si chiuderà quando potremo tornare a suonare come piace a noi, con la gente che salta, balla, si abbraccia e canta. Questo concerto è diverso. È un acustico, ma strutturato come una storia. Le limitazioni le sappiamo tutti, e l’idea che ci è venuta è stata quella di raccontarci. Una chiacchierata tra amici, dove anche chi non conosce i Fask può scoprirli. Quando potremo tornare a fare quello che facciamo da dieci anni, allora il cerchio sarà chiuso”.

 


Il concerto poi si tiene in una location insolita, in alta quota.
Quando siamo in Umbria, quando siamo a casa, facciamo sempre qualcosa di diverso. Ci inorgoglisce suonare nella nostra regione. Quando i ragazzi di Suoni Controvento – un festival meraviglioso – ci hanno proposto di suonare in montagna ci è sembrata la scelta giusta. Fare qualcosa di particolare per vivere l’Umbria in maniera differente, per non andare sempre negli stessi posti ma per far conoscere la regione anche a un pubblico che non è di qui, per fargli capire quanta roba bella c’è intorno a noi”.
In questi due anni, comunque, non vi siete mai fermati. Sono usciti quattro singoli e tra un mese, il 17 settembre, uscirà il nuovo album ‘È già domani’. Quanto c’è della situazione che stiamo vivendo?
“C’è, è inevitabile. La pandemia ha colpito tutti, e anche negli artisti che hanno composto qualcosa in questi due anni ha impattato, pur se non si percepisce in maniera chiara. Anche per il semplice fatto che abbiamo avuto più tempo per stare con noi stessi, elaborare i pensieri e produrre musica. La routine quotidiana di un musicista con la pandemia si è spezzata. Questa situazione quindi nel disco c’è: noi facciamo musica mettendoci il 100% della nostra umanità, e anche questo è un disco molto pensato”.

 


'Cosa ci direbbe’ è il primo singolo in cui c’è una collaborazione. L’avete fatta con Willie Peyote, che a prima vista sembrerebbe diverso da voi.
“È uno stereotipo, non ci sono barriere tra noi. In Italia il mondo della musica è piuttosto piccolo, ci conosciamo tutti, e le collaborazioni vengono fuori con persone con cui si è in sintonia. Willie è prima di tutto un amico, conosciuto sul palco del Primo Maggio 2018. Forse anche questa canzone deriva inconsciamente da quello che abbiamo vissuto”.