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Perugia, l'autopsia sulla mamma morta: "Ritardi e carenze in clinica privata e in Rianimazione"

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Francesca Marruco
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Una sequela lunghissima e allarmante di “carenze” nel trattamento di Ioana Lingurar, la mamma di 28 anni, morta a Perugia il 23 gennaio scorso dopo essere andata in arresto cardiaco durante un intervento ortopedico all’anca a Villa Fiorita. Ed è proprio in clinica, che, secondo i professori Marco Di Paolo e Raffaele De Gaudio si sono registrate molte carenze. Che gli stessi, nelle conclusioni della relazione autoptica riassumono così: “Assenza del monitoraggio base durante la procedura anestesiologica, mancata applicazione del monitoraggio elettrocardiografico durante la fase intraoperatoria e ritardo nel rilevamento dei dati elettrocardiografici, conseguente ritardo nell’applicazione delle procedure di intervento di rianimazione cardio-polmonare, mancato rispetto, per un periodo prolungato - oltre 90 minuti- delle raccomandazioni previste per il trattamento della fase post arresto cardiaco, in cui si è inspiegabilmente proceduto ad estubare la paziente”. Non solo, i due periti, proseguono dicendo che : “Al di là delle condotte dei professionisti coinvolti in questi frangenti ( l’anestesista, Milletti e l’ortopedico, Rende, entrambi indagati, ndr) queste fasi sono state ulteriormente caratterizzate in negativo da carenze organizzative in sala operatoria, che non disponeva di presidi idonei ad affrontare con tempestività l’emergenza, come testimoniato da un’infermiera”. E’ stata questa donna a dire di aver anche avuto uno scambio acceso con i medici della clinica perché “c’erano delle cose nell’organizzazione che proprio non andavano. Ho detto - riferisce - che il cassetto dell’emergenza dove era custodito il respiratore era tenuto in maniera disordinata e c’erano dentro cose che non servivano”.

 

E’ stata sempre lei a riferire che quando l’anestesista ha chiesto il Fentanest per intervenire dopo il malore della paziente l’altra infermiera presente ha spiegato che era custodito nella cassaforte, la cui chiave era in portineria al primo piano mentre l’intervento era in corso al secondo piano. Un tempo troppo lungo. “E quando Milletti ha chiesto il defibrillatore non c’erano né placche né gel. Assenti pure glicerolo e mannitolo richiesti dall’anestesista”. Poi, la paziente è stata estubata e così è rimasta fino all’arrivo del 118 che l’ha portata al Santa Maria della Misericordia, dove è morta la mattina dopo. Tra l’altro, secondo i consulenti della Procura anche in Rianimazione non avrebbe ricevuto adeguato trattamento. “Il trattamento - scrivono - deve essere valutato come insufficiente per il mancato monitoraggio del coma e dello stato neurologico e per la somministrazione inappropriata e non indicata di Intralipid al 20% a dosaggio incongruo”. Né in rianimazione, né in clinica, per i professori sono state rispettate le linee guida. E Ioana, una 27enne con la vita davanti è morta per arresto cardiaco. I periti parlano di “ritardi significativi”. In fase autopsia è emerso che la giovane mamma era affetta da “ipertrofia patologica di muscolo papillare cardiaco”. Ma nella relazione gli esperti dicono pure che è impossibile stabilire se l’arresto cardiaco sia stato causato da questa patologia che può averlo innescato altro.

 

“Non è affatto da trascurare - scrivono - altre ipotesi patogenetiche tra cui quella di una complicanza meramente anestesiologica”. Ma non può essere accertato a causa del “mancato monitoraggio elettrocardiografico”. I periti poi, specificando comunque che “uno dei fattori maggiormente influenti sull’outcome dell’arresto cardiaco è la tempestività delle procedure” mettono nero su bianco che “nel caso concreto, in riferimento al contesto penale, si ritiene che non vi siano elementi idonei ad affermare che i significativi discostamenti dalle regole di buona prassi anestesiologica abbiano un ruolo causale nella morte della paziente. Le percentuali di morte per arresto cardiaco intraoperatorio sono talmente alte che non si può affatto escludere che anche in ipotesi di condotte adeguate, il decesso avrebbe potuto comunque verificarsi”. Adesso spetta al pm, Gennaro Iannarone decidere come procedere. Gli indagati sono difesi dall’avvocato Delfo Berretti. Mentre la famiglia della vittima ad Alessandro Vesi.