Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Case popolari, raddoppia il canone per 5.300 famiglie umbre

Sabrina Busiri Vici
  • a
  • a
  • a

In Umbria, Elena, pensionata con un reddito lordo di 10 mila euro all’anno, nel 2018 pagava per l’affitto di una casa popolare 58 euro. Nel 2019 il canone è aumentato del 10%, comunque sostenibile; altrettanto è cresciuto nel 2020. Dal primo gennaio 2022, con la riforma Ater, però le cose cambieranno e il canone salirà fino a 110 -140 euro. Più del doppio. E per Elena sarà un problema far fronte alla spesa.
E’ quanto denunciano i sindacati degli inquilini Sunia, Sicet e Uniat per gli assegnatari di case popolari: 8.270 famiglie di cui 5.300 si troveranno in emergenza abitativa con l’introduzione del nuovo metodo per il calcolo dei canoni che sarà parametrato non più sul reddito imponibile ma su Isee e questo farà uscire molte persone dalle fasce protette alzando il livello di difficoltà, secondo i sindacati.

 

 

La Regione non ha voluto aprire un tavolo di confronto rispetto alla riforma Ater, introdotta dalla giunta precedente nel 2019, e che entrerà in vigore dal prossimo gennaio. In questi tre anni è stata adottata in via sperimentale”, precisa Cristina Piastrelli, segretario Sunia. “Così quando andranno a regime i nuovi criteri - prosegue - saranno soprattutto le categorie più deboli, anziani, persone sole, a trovarsi male. Il Covid poi è arrivato in un momento già difficile, per cui non ha fatto che aggravare ancora di più un quadro già complicatissimo. In questi mesi abbiamo cercato di avere un confronto con le istituzioni per evitare di arrivare a questa soluzione che, tralatro, è stata adottata in Umbria e soltanto in altre cinque regioni. Ma ci è stato risposto che il problema non esiste, guardando all’altra faccia della medaglia: nelle casse di Ater, infatti, entreranno 2,3 milioni in più. E questo probabilmente va bene”, incalza ancora Piastrelli.

 


Da qui l’annuncio di una mobilitazione: dopo Ferragosto i sindacati organizzeranno assemblee di quartiere, quindi presidi e l’occupazione delle sedi istituzionali che, secondo i sindacati, non hanno preso in mano la situazione evitando di inasprire il conflitto sociale.