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Bidella morta per Covid in Umbria, parla la collega: "Se avessero chiuso la scuola prima si sarebbe salvata"

Alessandro Antonini
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“Se avessero chiuso prima la scuola le avrebbero salvato la vita”. 
Parla Donatella Pucciarini, amica e collega di Katya Zengarini, la collaboratrice scolastica di 53 anni, di Deruta, morta per Covid il 4 maggio scorso. La donna è deceduta dopo che era stata “costretta a svolgere l’attività lavorativa” nella scuola dell’infanzia di Pontenuovo di Deruta nonostante la maestra della sezione in cui lavorava fosse positiva, è scritto nella denuncia per omicidio colposo a carico della preside presentata il 9 giugno dal nipote della donna. Per Giuseppe Caforio, l’avvocato del famigliare, c’è stata violazione del protocollo anti Covid perché per Zengarini e una collega “non è stata disposta la quarantena perché non considerate contatto”.

La terza bidella, Pucciarini, che lavora alla scuola primaria, situata nello stesso edificio ma al piano superiore, racconta la sua esperienza, quasi fotocopia, al Corriere dell’Umbria. “Anche io ho contratto il virus, quando c’è stato il primo focolaio a metà gennaio alla scuola elementare. In una classe tre maestre e tutti i bambini erano positivi, in un’altra dieci alunni contagiati e una terza quattro. Era il 20 gennaio. Dopo tante telefonate e lamentele il sindaco o la preside, non so chi dei due ha preso la decisione prima, ha chiuso la scuola. Io ho lavorato fino al 25. Il 26 sono risultata positiva. Ho trasmesso il virus a mia madre, 80enne, e a mio marito, che è finito in ospedale. Se mi avessero messo in quarantena, tutto questo si sarebbe evitato”. Lo stesso vale per la morte di Katya, “con cui lavoravo insieme da 25 anni”. Nel suo caso il virus si è diffuso alla scuola infanzia, sempre da un’insegnante, a fine marzo. “La presunta positività della maestra è del 24 marzo”, precisa Pucciarini. La materna era stata riaperta una settimana prima della elementare. “In quell’occasione è stata chiusa solo una sezione ma molti bambini già non andavano più. Essendoci già passati a gennaio, se si fosse chiuso prima si sarebbe risparmiata una vita e anche più di un contagio”, conclude la bidella. 

 


La preside dell’istituto Mameli-Magnini, Isabella Manni, sentita venerdì dal Corriere, ha respinto ogni addebito spiegando che “sono state rispettate tutte le procedure, nazionali, regionali e anche quella interna”.