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Umbria, fine del blocco dei licenziamenti: 30 mila posti di lavoro a rischio

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Le aziende potranno licenziare dal primo luglio. Lo sblocco è stato deciso dal governo Draghi. Il decreto Sostegni bis è entrato in vigore. In Umbria oltre 30 mila sono i posti a rischio su 350 mila occupati. La stima, elaborata da Cerved (Aur, L’impatto del coronavirus sull’economia umbra), disegna un primo scenario di base dal quale si evince che la perdita occupazionale prevista è pari a 21.300 unità, ovvero il 5,9% della compagine lavorativa nella regione.

 

Questa perdita aumenterebbe a 30.300 occupati circa, l’8,4% del totale, ipotizzando lo scenario più grave. In linea con il valore italiano pari a 8,3%. Da considerare, inoltre, che in Umbria la perdita prevista per il 2021 va ad aggiungersi al calo dei 6 mila e 500 occupati registrato nel 2020 rispetto all’anno precedente, con un tasso di caduta (-1,8%). A queste stime si aggiungono i dati rilevati da Confimi Industria Umbria attraverso un questionario diffuso alla base associativa, imprese del settore manifatturiero. Dall’indagine emerge che il 29,4% degli imprenditori umbri prevede licenziamenti - spiega il presidente Nicola Angelini - ma allo stesso oltre il 76,5% promette nuove assunzioni. La manifattura quindi non licenzia, al contrario assume. E per quel 29,4% che sarà costretto a licenziare si parla per lo più di 1 o 2 addetti”. E Angelini aggiunge: “La pandemia ha acuito le difficoltà certo ma la macchina produttiva sembra essere ripartita: gli imprenditori del manifatturiero dopo la flessione dell’anno scorso, prevedono di chiudere il 2021 con fatturati pre Covid”. Maggiore difficoltà sul lato occupazionale - segnala sempre Angelini di Confimi - arriva dalle piccole e medie imprese. E i settori del manifatturiero che potrebbero risentire di più sono il tessile, il commercio al dettaglio e all’ingrosso, lo spettacolo ma anche il metalmeccanico soprattutto relativo alle imprese più grandi. A incidere in questo caso saranno i costi alle stelle delle materie prime e la difficoltà nel reperire componentistica. A questi va aggiunto il settore Horeca, ristorazione.  Al turismo, duramente messo a prova dalla pandemia, dedica una considerazione Aur segnalandolo come settore che “tornerà certo a riprendere - scrive Elisabetta Todini di Aur - , e probabilmente con forza quando ciò sarà pienamente possibile, la fruizione dei servizi ricreativo-culturali che ruotano intorno al comparto i quali, a dispetto dell’appellativo di non essenzialità, sono necessari per il benessere degli individui, prima ancora che costituire un importante motore per la nostra economia”.

 

Per quanto riguarda le prossime assunzioni, secondo Todini di Aur, avverranno in funzione del “processo (per alcuni forzato) di digitalizzazione che si intensificherà - scrive - poi settori, quali la logistica, – si potenzieranno, crescerà il fabbisogno di professioni legate alla sanità e all’assistenza sociale come se ne svilupperanno di innovative in altri ambiti, stimolate dalla domanda di nuove competenze”. La vera svolta occupazionale per il futuro dell’Umbria dovrebbe arrivare nel prossimo quinquennio dal Piano nazionale di resistenza e resilienza (Pnrr).  La Regione nel dossier ha presentato 45 progetti da realizzare e per renderli realtà sono stati chiesti al Governo 3,1 miliardi. Un valore capace di generare sul Pil un impatto di crescita tra i 500 e 800 milioni entro il 2026, quindi con un contributo aggiuntivo al Prodotto interno lordo regionale pari a 3 punti percentuali l’anno. Mentre sul fronte occupazionale, sempre basandosi su stime di massima fornite dagli uffici regionali, l’impulso potrebbe portare a un incremento di 10-12 mila occupati in più.