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Umbria, il prete dei fucili Antonio Mandrelli si confessa in un libro: la fede, le donne, la legittima difesa

Luca Serafini
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Antonio Mandrelli si confessa tra fucili e amori. In un libro breve ma intenso il sacerdote pietralunghese a 85 anni mette a nudo la sua vita di pastore di anime e di uomo. Fede granitica e turbamenti sentimentali, agricoltura e tartufi, gialli parrocchiali, e ovviamente la vicenda balzata dalla canonica di Castelfranco su giornali e tv nazionali, quella dei fucili pronti all’uso contro i ladri in nome della legittima difesa. E’ un libro verità che esce in questi giorni (“Il prete dei fucili si confessa”) preceduto da inevitabile curiosità per le rivelazioni sentimentali del reverendo. Tanto più in un momento storico in cui nella diocesi si è verificato il caso dei due sacerdoti che hanno lasciato l’abito per amore. Una carrellata di figure femminili, quella confessata da don Antonio, che parte dall’infanzia, passa dagli anni del seminario fino alla piena maturità. Dalle prime simpatie alla ragazzetta delle campane, dalla bionda di Todi alla ragazza della curva, dalla moretta di via del Corso alla perugina. Compresa la cotta per un’ex alunna, essendo stato Mandrelli anche insegnante. 

 

 

 

Pulsioni, rossori, travagli (“il cuore mi sanguinava”) attraverso una narrazione rapida, essenziale, delicata, sincera. Ne emerge il conflitto interiore di chi, messo alla prova, per scelta o per la dinamica di storie non concretizzate, continua a servire Dio con convinzione e secondo i dettami della Chiesa. Nessun rimpianto, alla fine, voltandosi indietro: “La Provvidenza ha voluto così”. Ma con fierezza don Antonio rivendica il suo essere uomo attratto dal gentil sesso e non gay, pur rispettando i gay.  Nel libro riflessioni sul valore del celibato e del matrimonio. E sulle vere immoralità di cui spesso si macchia il clero.

 Non mancano gli accenti critici verso la rigida impostazione ecclesiastica esternati tra l'altro anche di recente nella riunione tra preti a Canoscio, dove don Antonio Mandrelli ha auspicato ad uno dei sacerdoti che lasciavano per amore, di poter almeno esercitare le funzioni di diacono. C’è poi spazio per smentire le voci della presunta paternità del prete iniziata a circolare quando, alla sua prima esperienza di parroco, era a San Lorenzo di Agello, sulla strada che da Umbertide porta alla Madonna dei Confini. La storia del “figlio di una donna che non ho mai conosciuto”, dice don Antonio, lo ha “immunizzato” dalle chiacchiere della gente.

 

 

 

Scorre veloce, il libro, con le espressioni schiette di chi proviene dai rilievi appenninici dove don Antonio Mandrelli ha esercitato ed esercita la sua missione pastorale in un angolo segreto e incontaminato di Umbria, tra Castelfranco, Aggiglioni e Castelguelfo. Licenza teologica all’università lateranense di Roma, laurea in Lettere moderne a Perugia, don Antonio è stato docente, ama la storia e la sua terra: le opere d’arte e la natura. Tartufaio, agricoltore, cacciatore pentito. Tra le varie storie racconta quella del furto delle porte di noce del Seicento dalla chiesa di Castelfranco, vicenda che gli procurò noie e cattiverie, e poi la battaglia per posizionare sul valico spartiacque una maestà, la Madonna del Viandante, tolta dalla burocrazia e da lui ricollocata. 

 

 

 

Ma don Antonio Mandrelli è universalmente conosciuto come “il prete dei fucili”. E spiega di quando (2019) dopo un raid dei ladri in canonica finì nella girandola mediatica per essersi fatto fotografare fuori dalla chiesa con i fucili in mano convinto della sua idea. Che riafferma come un precetto dettato, dice, dal buon senso: “La difesa è legittima, anzi dovuta. Se uno di giorno o di notte cerca di entrare in una casa senza permesso è un probabile ladro e anche assassino. Per questo mi riservo il diritto di sparare almeno in alto per intimorire, o alle gambe se il malintenzionato volesse forzare la porta”.