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Perugia, morte del medico Brando: "Il ritardo del ricovero ha pregiudicato la sopravvivenza"

Francesca Marruco
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“Stefano Brando andava ricoverato prima. Il ritardo nell’ospedalizzazione ebbe a determinare in termini di elevata probabilità scientifica una sensibile riduzione delle possibilità di un intervento proficuo, pregiudicando notevolmente la prognosi quoad vitam”. E’ quanto scrivono il professor Vittorio Fineschi, e il dottor Matteo Scopetti, consulenti di parte della famiglia del dottor Brando, il medico di base 62enne morto a Perugia il 19 novembre dello scorso anno a causa del Covid. Per la sua morte la vedova e le figlie hanno sporto denuncia e chiesto che venga accertato se vi siano state negligenze. Nelle scorse settimane era stata depositata la relazione autoptica redatta dai periti della Procura, i professori, Antonio Oliva, Andrea Arcangeli e Vincenzo Arena. Il pool medico legale aveva escluso responsabilità penali in capo ai medici che ebbero in cura Brando in ospedale. In più passaggi si dice che le modalità con cui “vennero gestite le richieste di soccorso antecedenti al ricovero non sono censurabili”.

 

Ma Fineschi e Scopetti con un “ragionamento controfattuale” , nelle note depositate nei giorni in Procura, ribaltano la relazione sostenendo che “non è dimostrabile oltre il ragionevole dubbio che il decesso sarebbe egualmente occorso in caso di adozione della condotta esigibile, rappresentata da una doverosa anticipazione del ricovero ospedaliero”. Brando venne ricoverato solo tre giorni dopo la prima richiesta di intervento. In una telefonata con un medico del 118 in particolare, che Il Corriere dell’Umbria ha riportato integralmente, Brando venne dissuaso dal ricovero, nonostante lo avesse chiesto con insistenza. Arrivò solo quando cadde a terra e perse i sensi. Ormai aveva 82 di saturazione. E purtroppo con il Covid, tutti, medici e non abbiamo imparato che sotto i 90 sono guai seri.

 

“Nonostante i fattori di rischio - scrivono i periti nelle note - e il quadro clinico presentato, l’approccio assistenziale adottato fu quello di confidare nella professionalità del paziente (che era un medico di base, ndr) incaricandolo della gestione di sé stesso e dissuadere dalla scelta dell’indispensabile ricovero ospedaliero. Del tutto inaccettabile è il mancato invio in sede ospedaliera del paziente Brando e non del medico Brando, non potendo certamente demandare allo stesso la decisione che è di esclusiva pertinenza medica e non contrattabile come invece sembra essere avvenuto dal colloquio telefonico”. A questo punto sta alla Procura decidere come procedere. Il fascicolo è senza indagati. La famiglia di Brando, assistita dall’avvocato, Marco Piazzai, vuole giustizia.