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Umbria, allarme sagre. Soltanto dieci hanno fatto domanda. Fiorelli: "Rischia di morire la nostra tradizione"

Patrizia Antolini
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Al 19 maggio hanno fatto domanda e sono state inserite nell’albo della Regione Umbria dieci tra sagre e feste popolari in regione. Un numero molto basso che preoccupa il presidente delle Pro Loco (Unpli), Francesco Fiorelli: “Se muoiono le sagre, muoiono le nostre tradizioni e i nostri borghi. Chiederemo un incontro agli assessori regionali Agabiti e Fioroni”. Il settore delle sagre e delle feste popolari ha un peso rilevante sul Pil della Regione Umbria: nel 2020, iscritti all’Unpli, c’erano 240 eventi sparsi per borghi grandi e piccoli dell’Umbria. Torta al testo, umbricelli e tanto altro portano 25 milioni di euro, con un movimento di circa 20 mila volontari. Un settore che traina, dunque e che attrae turisti. “Sappiamo che in un anno un umbro frequenta almeno una volta una sagra e dunque è facile fare due conti. Ora però il rischio è che 20-30 appuntamenti tradizionali non riescano più a realizzare l’evento - dice Fiorelli - Siamo a rischio morìa e a pesare sono le incognite legate alle decisioni del governo e soprattutto la durata concessa”.

E’ molto diretto Fiorelli: “Credo sia chiaro a tutti che per il rispetto delle norme anti Covid e gli assembramenti, una sagra all’aperto sia il luogo ideale. Non a caso le aperture graduali hanno fatto prevalere bar e ristoranti con i tavolini all’aperto. Seconda questione: la soluzione di compromesso trovata lo scorso anno, che prevedeva una durata di solo quattro giorni, non è sostenibile. I costi sono tali che per rientrare nelle spese servono due fine settimana. Al momento comunque non conosciamo l’orientamento del Governo e dunque della stessa Regione che si dovrà adeguare alle disposizioni nazionali: ad oggi si sa solo che il primo luglio aprono le fiere”.

La procedura di domanda che devono effettuare gli organizzatori delle sagre prevede un iter con il Comune che vaglia la richiesta e in caso affermativo la gira alla Regione che la pubblica nell’albo di riferimento. In questi giorni potrebbero esserci altre domande in attesa ma certo i timori restano molti e diffusi. “Nei giorni scorsi sappiamo che alcuni consiglieri regionali si sono espressi per tenere conto delle difficoltà dei commercianti. Per carità legittimo. Ma mi sembra francamente una presa in giro fare ancora divisioni. E vi spiego perché: le sagre non tolgono clienti a bar e ristoranti anzi li portano. Voglio fare un esempio: dalla sagra della lumaca di Cantalupo è nato un allevamento di settore e poi è stato aperto un ristorante il cui piatto tipico è lo stesso alimento. Ora ditemi dove sta il danno? Nei mesi scorsi molti ristoranti hanno usato i tavolini delle sagre per apparecchiare all’aperto. Mi pare che sia molto più lungimirante per tutti un percorso condiviso. Perdere le sagre vuol dire una perdita economica e di tradizioni che non ha valore. Vuol dire perdere i nostri borghi”.