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Permessi 104 illegittimi, dipendente comunale di Valfabbrica condannata dalla Corte dei conti

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Alessandro Antonini
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Si prende i permessi retribuiti della 104 ma non presta l’assistenza dovuta alla parente malata: la Corte dei conti ha condannato una dipendente del Comune di Valfabbrica a rifondere 2.858,05 all’ente. Tuttavia la difesa della donna, rappresentata dall’avvocato Nicola Di Mario, è riuscita a far più che dimezzare le pretese di risarcimento della Procura contabile. La cifra richiesta inizialmente era di 7.145,12 euro. La donna aveva ottenuto i benefici della 104 “fondando la richiesta sulla necessità di assistere un parente stretto, affetto da gravi patologie invalidanti”, è scritto nella sentenza. Il Comune le ha concesso 79 giorni tra il 2017 e il 2018. Ma dalle indagini della Guardia di finanza è emerso che la dipendente non avrebbe prestato l’assistenza richiesta dalla legge.

La prova emergerebbe da cinque appostamenti dei finanzieri, dal contrasto tra la residenza dichiarata l’abituale dimora e dalle dichiarazioni della badante polacca. Nonché dall’analisi dei tabulati telefonici. Il danno contestato dai magistrati contabili è la somma tra “l’indebita percezione di somme di denaro non dovute in assenza di regolare svolgimento della prestazione lavorativa”, pari a 5.716,10 euro e il danno all’immagine del Comune: 1.429,02 euro quantificato “equitativamente” in misura pari al 25% della prima somma. In tutto 7.145,12 euro. Ma la sezione giurisdizionale ha accolto anche alcune tesi difensive, ammettendo “anche il coniuge della dipendente era malato e bisognoso di assistenza”. Dunque in parte i permessi per l’assistenza erano fondati. Non solo: la badante “non aveva coperto l’intero periodo temporale in cui la convenuta aveva percepito i permessi retribuiti”, ergo non può essere escluso “che in altri momenti la dipendente comunale abbia prestato assistenza al domicilio della parente malata”.

Non può essere escluso del tutto che l’accusata abbia, “nonostante l’assenza del domicilio, comunque svolto attività strumentali alla cura dell’assistita”. Dalla documentazione in atti, raccolta dagli inquirenti, c’è la possibilità in linea teorica che la donna abbia prestato la propria attività alle cure del congiunto, “ad esempio, procurando generi alimentari e medicinali, svolgendo incombenze funzionali a soddisfare i bisogni della disabile assistita”. Da qui una prima riduzione della somma da restituire. I giudici fanno cadere anche il danno all’immagine, “non trattandosi di assenteismo fraudolento”.