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Castiglione del Lago, raccolte più di 2 mila firme per riportare in Italia Riccardo Capecchi

Gabriele Burini
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Più di duemila firme per riportarla in Italia; oltre seimila euro donati tramite la raccolta fondi e 2.415 membri sul gruppo Facebook. Sono i numeri fin qui raccolti dal comitato “Verità su Riccardo”, nato grazie agli amici del fotografo castiglionese al centro di una drammatica vicenda giudiziaria in Perù iniziata nel maggio 2019. Numeri che mostrano come la solidarietà per Capecchi raccolga ogni giorno sempre più consensi.

 


Capecchi è accusato, per un’incredibile vicenda che ruota attorno all’intestazione a suo nome di un’auto, di traffico di droga a cui si è sempre dichiarato estraneo. Anche i vari giudici peruviani non sono mai riusciti a dimostrare un suo effettivo coinvolgimento. Oggi non è più in carcere ma sottoposto a obbligo periodico di firma con divieto di allontanamento dal Perù.
La solidarietà dei suoi concittadini è stata subito notevole: su Change.org la petizione ha raggiunto 943 firme, che con quelle cartacee fanno toccare quota duemila.
A queste si aggiungono le cifre raggiunte con la raccolta fondi organizzata dalla società sportiva Old Rugby Umbria: più di seimila euro per far fronte alle spese legali e di ordinaria amministrazione.
E a dimostrare che tipo di persona sia Capecchi, arriva anche una testimonianza da parte della famiglia Vargas di Lima, che lo ha conosciuto e ospitato per tre mesi.

 


“Riccardo si è trasferito da noi il 7 settembre 2020 ed è rimasto circa tre mesi – racconta Ana Esquivel – ci siamo conosciuti nel 2019 e da subito ho visto in lui una persona sincera e con un grande cuore. Quando ha terminato la prigione preventiva di nove mesi l’ho cercato per mantenere un contatto: l’ho portato a casa mia per presentarlo alla mia famiglia; e al termine delle restrizioni della pandemia gli abbiamo offerto di trasferirsi a casa nostra”.
“Prima della pandemia veniva a trovarci di frequente – prosegue Gabriel Vargas –una persona allegra e scherzosa con cui siamo andati da subito molto d’accordo: cucinava anche molto bene, soprattutto i pici!”.
“Ci siamo conosciuti in una delle sue visite di lavoro al penitenziario – precisa Riccardo Capecchi via mail– Ana, con la sua onlus, porta lavoro all'interno delle carceri cosicché i detenuti possano avere una piccola risorsa per aiutare i familiari. Ha un cuore d'oro: quando a dicembre 2019 il pm aveva chiesto la mia libertà, fu una delle prime persone a saperlo. Mi disse che per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno lei ci sarebbe stata. Lei e la sua famiglia mi hanno accolto a casa loro dandomi quel calore e quel senso di famiglia di cui necessitavo”.