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Francesco Narducci, il cadavere nel Trasimeno e l'accostamento al "mostro di Firenze"

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Caso Narducci”, una vicenda nella memoria di tanti, per quell’accostamento al “mostro di Firenze” che ha  finito con l’aleggiare minaccioso intorno al fatto risalente al 1985. Ma ripartiamo da quel tragico 8 ottobre, quando Francesco Narducci brillante professionista, appartenente ad una facoltosa famiglia perugina, scompare al Trasimeno. Il lago restituirà il corpo a ridosso del molo di Sant’Arcangelo la domenica successiva, con il riconoscimento effettuato da due suoi amici direttamente sul posto e consacrato nel verbale di ricognizione del medico di turno di fronte alla folla. La procura perugina a distanza di oltre 15 anni nutre ed alimenta sospetti sulle modalità della morte ed apre una indagine che coinvolgerà tutti gli uffici giudiziari.

Vengono fatte e date in pasto alla stampa ipotesi d’ogni tipo: dall’omicidio allo scambio di cadavere, fino al presunto coinvolgimento del medico nei delitti del “mostro”. Due procure, quella perugina e quella di Firenze, impegnano uomini e mezzi a tempo pieno per svolgere indagini in questa direzione preferenziale. Il ministero della Giustizia, su parere conforme dell’allora capo della polizia De Gennaro, istituisce addirittura un corpo speciale.

 

 

A contrastare questa immensa e motivata struttura investigativa ci pensa  fin dall’inizio l’avvocato Alfredo Brizioli, grande amico di Francesco  unitamente al padre Antonio (morto poco tempo fa). Dal 2001 al 2005 accade di tutto e si sviluppa una delle indagini più lunghe e complesse dell’intera storia giudiziaria locale, ma forse nazionale. Brizioli si erge a difensore dell’amico di gioventù con estrema decisione, dando vita a veri e propri scontri sul piano procedimentale con gli investigatori. Sostiene da subito con forza l’estraneità di Narducci a qualsiasi addebito formulato dalla 
procura e la conseguente infondatezza d’ogni risultanza che bolla come  “fantasiosa e priva del pur minimo riscontro oggettivo”. Per il legale, l’amico Francesco è morto per una disgrazia. Punto e basta.

Nonostante questo, per anni, non si parla d’altro che del caso Narducci. Con Brizioli che viene messo sotto pressione dalla procura fino a costringerlo a rinunciare all’incarico difensivo. Ma tutto quello che è stato fatto dal legale in 5 anni sarà la base sicura che porterà all’affermazione in  giudizio della verità da lui sempre sostenuta. Interverranno sentenze definitive che consacreranno l’impostazione delle indagini con l’assoluzione di tutte le persone ingiustamente coinvolte nella vicenda. Ciò non basta a Brizioli, che chiede di essere giudicato per tutti i reati via via contestatigli e per i quali ha per ben due volte rinunciato alla prescrizione. E’ intervenuta una prima sentenza di assoluzione da parte del  gup Giangamboni su richiesta conforme dell’allora procuratore capo aggiunto Duchini (rito abbreviato).

 

 

 

Nonostante questo la procura generale ha ritenuto opportuno proporre appello a firma del dottor Costagliola con motivi aggiunti sottoscritti dal dottor Mignini. A fronte di una richiesta di condanna di Brizioli ad un anno e sei mesi di  reclusione, la corte ha deciso per l’ennesima assoluzione (via ogni addebito).

Il verdetto finale si riassume in parole a questo punto scontate: non è mai esistito una caso Narducci e a pagare per questo grave errore giudiziario restano tutti coloro che sono stati costretti a vivere questa vicenda con fatica e dolore. 

Il caso Narducci si è chiuso dal punto di vista giudiziario, dopo 32 anni anni di misteri e 16 di battaglie giudiziarie. Era il 2017.