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I quattro anni del boss della camorra Raffaele Cutolo nel carcere di Terni. Il racconto dell'ex direttore

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Ha trascorso quattro anni nel carcere di vocabolo Sabbione, a Terni. Una presenza, quella di Raffaele Cutolo, che non poteva di certo passare inosservata. Il fondatore della Nco, la Nuova camorra organizzata, morto nei giorni scorsi in carcere, a Parma, a 79 anni, dopo una vita dietro le sbarre e 14 ergastoli da scontare, arrivò a Terni nell’aprile del 2007 nella cella bunker di nove metri quadrati che era stata di Bernardo Provenzano. “Due personaggi molto diversi tra loro, pur avendo un carisma criminale e storie di una spietata efferatezza alle spalle, per certi versi simili”. Così lo ricorda l’ex direttore della casa circondariale di Terni, Francesco Dell’Aira che di Cutolo conserva ancora qualche aneddoto.

“Ricordi ormai sbiaditi – premette – che non fanno più parte della cronaca e neanche della storia; parliamo, infatti, di fatti accaduti oltre dieci anni fa. Al regime del 41-bis aveva perso anche il soprannome di ‘o professore che gli era stato dato, ancora giovane, dai suoi compagni di carcere". Il superboss di Ottaviano, restò a Sabbione fino al 2011. E proprio nei primi mesi della sua reclusione a Terni, il 30 ottobre 2007 diventa padre di una bambina. La sua seconda figlia viene concepita attraverso l'inseminazione artificiale, a cui si sottopone la moglie, grazie ad una speciale autorizzazione ottenuta nel 2001. "La procedura – ricorda Dell’Aira – non interessò direttamente il carcere della nostra città se non per la particolarità della situazione e per i riflessi sul regime dei colloqui che non consentono alcun contatto fisico. E non mancarono le polemiche visto che si trovava in regime di carcere duro”. Cutolo già allora era malato.

“Al primo incontro non riuscivo che a trovare una lontana somiglianza rispetto alle fotografie di repertorio – racconta Dell’Aira – era malato e soffriva di problemi alla vista. Rinnovare la memoria di quel periodo mi porta a due ricordi: il provvedimento di divieto di fumare il sigaro che con i miei collaboratori adottammo con lo scopo di eliminare ogni segno di ostentazione di vecchie abitudini proprie dei cliché mafiosi e quello della sua fede per Padre Pio. Ma da parte sua non ci fu mai alcun segno di pentimento”.