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Perugia, accoltellò due giudici: Ferracci chiede i domiciliari. La sorella: "Sta male ma liberano i mafiosi e lui no"

Patrizia Antolini
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La sorella di Roberto Ferracci chiede che il fratello possa essere trasferito ai domiciliari. La richiesta è per motivi di salute. L’uomo è stato condannato in via definitiva a 12 anni per il duplice tentato omicidio al tribunale civile di Perugia. Da allora si trova nel carcere di Capanne ma le sue condizioni di salute, dice la sorella, sono peggiorate. “L'avvocato Silvia Olivieri - dice Gina Ferracci - ha presentato istanza al Tribunale di sorveglianza affinché, data la sua ormai precaria condizione di salute psicofisica, fossero concessi i domiciliari umanitari a mio fratello Roberto. Il magistrato ha richiesto le relazioni ai servizi sociali, ai carabinieri, alla psichiatra del carcere che più volte ha riferito al giudice di non poterlo curare in carcere in quanto i farmaci non avevano più alcun effetto”. 

Roberto Ferragni il 25 settembre del 2017 aveva cercato di accoltellare due giudici del tribunale civile di piazza Matteotti, sezione fallimenti. La prima sezione della Corte di Cassazione nel novembre del 2019 ha rigettato il ricorso della difesa dopo la sentenza di condanna in secondo grado. Per l’uomo si sono aperte definitivamente le porte del carcere.  A seguito della richiesta del legale, il tribunale di sorveglianza ha nominato anche un consulente tecnico di ufficio per poter chiarire lo stato di salute dell’uomo. “Il Ctu ha confermato la diagnosi della psichiatra - dice la sorella - e ha consigliato i domiciliari supportato dal parere del Centro di salute mentale dove era stato in cura per 5 anni mio fratello”.  Tutti i pareri dunque sembravano concordi nel ritenere le condizioni del 57enne di Spello ormai non più compatibili con il carcere ma la decisione finale non è andata in quella direzione. “A prova della verità di quanto stavano dicendo, un giorno si è verificato anche un episodio molto grave - continua la sorella - Mio fratello si è sentito male mentre lo portavano in tribunale per una udienza davanti a decine di testimoni. Ma nonostante questi pareri e tale episodio con grande stupore di tutti, perfino del garante, l'istanza è stata rigettata dal tribunale”.

Ma a far male ancora di più alla donna sono le motivazioni. Secondo il giudice la famiglia non è idonea ad accoglierlo in casa in quanto “nostra madre - prosegue Gina Ferracci - è anziana e io sono depressa. Certamente all'inizio lo sono stata, è vero. Dopo quello che è successo sfiderei chiunque a non esserlo e ad uscirne in qualche modo indenne. E' evidente che siano tutte scuse”. E incalza: “Perché non hanno tenuto in alcuna considerazione le perizie mediche che sono state presentate sul conto di mio fratello? Per le sue patologie, ora anche neurologiche non ci sono strutture. Anche ai mafiosi hanno concesso i domiciliari: perché a mio fratello no?”. E’ un fiume in piena la sorella di Ferracci mentre chiede aiuto per il fratello. Ma anche il legale ritiene la richiesta dei domiciliari legittima e motivata. “Il consulente di ufficio - aggiunge l’avvocato Olivieri - ha anche consultato il responsabile del Centro di salute mentale di Foligno per poter pensare e valutare una presa in carico del mio assistito una volta ai domiciliari. Di fatto sembrava una soluzione possibile e praticabile ma alla fine il giudice ha respinto la nostra istanza. Ma non ci siamo arresi: abbiamo presentato ricorso in Cassazione alla sentenza del tribunale di sorveglianza e il 27 maggio sapremo l’esito finale di questa vicenda”. Saranno ora i giudici a dire l’ultima parola su una vicenda che in molti hanno dimenticato ma certamente no i diretti interessati. In primis i due magistrati che in una giornata di settembre rischiarono di morire mentre erano in tribunale, a svolgere il proprio lavoro. E la famiglia dell’imprenditore spellano che cerca di trovare un po’ di pace dopo tanto dolore.