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Commercio, in otto anni chiusi 306 negozi tra Perugia e Terni

Il presidente di Federalberghi Umbria Confcommercio Mencaroni

Patrizia Antolini
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In otto anni nel centro storico di Perugia è morta una attività commerciale su cinque. A Terni il dato è leggermente meno drammatico ma sempre con il segno meno: si è persa un’attività su sei. Tra Terni e Perugia si parla di 306 attività cancellate. Sono dati preoccupanti quelli emersi da una analisi della Confcommercio sulla demografia delle imprese che non fa ben sperare nemmeno per il 2021.

Provando a fare una somma delle due province, fotografia parziale di tutta la regione ma cartina di tornasole di una tendenza in atto e consolidata, i dati parlano da soli: su 349 attività presenti a Perugia e 388 a Terni nel 2012 ne sono rimaste rispettivamente 272 e 342. Centoventi attività che hanno abbassato le saracinesche nei centri storici. Spostandoci nelle periferie parliamo di 1.252 attività su Perugia e 945 a Terni che nel 2020 sono diventate 1.172 e 842. In questo caso si sono persi 183 negozi.

 

 

Positivo invece appare l’andamento delle attività turistico ricettive: a Perugia nel centro storico bar, ristoranti e alberghi erano 217 nel 2012, 235 nel 2018, 236 nel 2020. Fuori dal centro storico stesso trend: 577 imprese del comparto ricettività-ristorazione nel 2012, 593 nel 2018, 591 nel 2020.

Dinamiche analoghe anche nel comune di Terni: nel centro storico le attività commerciali sono passate dalle 388 del 2012 alle 342 del 2020. Progressivo il depauperamento di negozi anche fuori dal centro storico: erano 945 nel 2012, 866 nel 2018, 842 nel 2020. Anche a Terni il settore ricettività-ristorazione invece ha goduto di buona salute negli ultimi 8 anni: 141 bar, alberghi e ristoranti nel 2012, 147 nel 2018 e nel 2020.

“Di questa analisi - commenta il presidente di Confcommercio Umbria, Giorgio Mencaroni – colpisce un dato: se è vero che la diminuzione di imprese commerciali è stata progressiva ed inarrestabile, nel 2020 si è osservato un tasso di cancellazione basso. Considerato l’anno drammatico che abbiamo vissuto causa Covid, questa situazione è frutto realisticamente di una sorta di congelamento, di ibernazione del tessuto produttivo grazie al blocco dei licenziamenti, a cig e promesse di ristori. Gli effetti della pandemia però arriveranno nei prossimi mesi e con un impatto drammatico: a livello nazionale l’Ufficio Studi Confcommercio prevede solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 città di media ampiezza, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%). Quindi anche in Umbria avremo città con ancora meno negozi, e, per la prima volta dopo decenni, con meno attività ricettive e di ristorazione: solo farmacie e informatica e comunicazioni si prevedono in controtendenza col segno più”. Uno dei temi del futuro saranno quindi i centri storici umbri: solo per turisti o in grado di accogliere residenti?