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Perugia, Amanda Knox attacca la polizia: "Schiaffi, bugie e manipolazioni. Gli agenti mi fecero sentire una pazza. L'interrogatorio fu il momento peggiore"

Patrizia Antolini
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Amanda Knox ci ricasca. “Sono stata costretta a mentire dagli investigatori”. La studentessa americana ormai 33enne che ha trascorso nel carcere di Capanne quattro anni per l’omicidio di Meredith Kercher, poi completamente scagionata dalla Cassazione nel 2019, non riesce a non parlare dell’Italia, a non ricordare quel lungo periodo buio e raccontare la sua verità dei fatti. La popolarità sui social la aiuta come anche il suo essere protagonista su tv e giornali degli States. Stavolta nel mirino di un lungo tweet dell’americana, ormai lontana anni luce dai giorni spensierati di via della Pergola con il fidanzatino Raffaele Sollecito, torna la polizia perugina.

“Le persone spesso pensano che il momento peggiore della mia vita sia stato il primo verdetto di colpevolezza, nel quale sono crollata in aula. O che niente di peggio ci potrebbe essere di quegli anni rinchiusa in una cella. Si sbagliano. Il momento peggiore della mia vita è stato il mio interrogatorio”. L’interrogatorio dove Amanda tirò in ballo per la morte di Meredith Kercher, sua coinquilina nella villetta in viale Sant’Antonio, Patrick Lumumba. “Avevo 20 anni ed ero a 3.000 miglia da casa, la mia amica era appena stata uccisa, l’assassino era a piede libero e parlavo italiano come un bambino di 10 anni. Avevo paura ed ero confusa”. E ancora: “In quello stato un gruppo di adulti esperti mi ha interrogato senza un avvocato per 53 ore per 5 giorni in una lingua che riuscivo a malapena a parlare. Mi hanno mentito ripetutamente. Mi hanno detto che ero un testimone, che li stavo aiutando. Mi dissero che Raffaele aveva smentito il mio alibi. Hanno detto che avevano prove che mi hanno messo sulla scena del crimine”.

Gli investigatori, sostiene ancora Amanda, non hanno creduto alla sua versione: “Ero a casa di Raffaele, non sapevo niente... Si sono impegnati in una campagna implacabile di bugie e manipolazioni. Mi hanno reso vulnerabile", accusa ancora. Si arriva così alla notte più lunga, una notte insonne sulla quale dichiara l’americana: “Mi hanno detto che avevo una amnesia, che ero traumatizzata... Mi hanno gridato di ricordare, mi hanno schiaffeggiato. Se ti ricordi andrà tutto bene”. E’ a questo punto che da un messaggio sul cellulare della Knox nell’interrogatorio entra il nome di Lumumba, il capo del pub dove lavorava. “Mi hanno fatto sentire pazza. Hanno scritto una dichiarazione per me, confusa e contraddittoria che ha coinvolto il mio capo e mi ha messo sulla scena del delitto. E l’ho firmata”. Lumumba uscirà dai riflettori da innocente, Amanda è stata assolta dall’accusa di calunnia nei confronti dei poliziotti.