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Covid Umbria, le restrizioni imposte dai Dpcm fanno perdere ai ristoranti 548 milioni di fatturato

Sabrina Busiri Vici
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Chiusi per coronavirus. Dalla pandemia sanitaria a quella economica, il settore della ristorazione in Umbria perde 548 milioni di fatturato rispetto all’anno precedente. E’ quanto rileva il centro studi Fipe Confcommercio aggiungendo che la quota locale è pari al’1,5% dei quasi 38 miliardi di perdite a livello nazionale. 
"Il nostro settore, pur avendo dimostrato di poter lavorare in totale sicurezza, ha già pagato un prezzo altissimo”, dice il presidente di Fipe Umbria Confcommercio Romano Cardinali, interpretando la forte preoccupazione degli imprenditori anche in vista del preannunciato divieto di vendita d'asporto per i bar a partire dalle 18 per evitare gli assembramenti. “Ogni volta che si avvicina la scadenza delle misure restrittive, ne vengono annunciate di nuove e si riparte da zero”. E aggiunge: “Più che ulteriori restrizioni, servono subito misure aggiuntive in grado di dare certezza agli imprenditori e adeguato ristoro alle perdite economiche. Fipe-Confcommercio continuerà a lavorare incessantemente per ottenerle, garantendo nel frattempo ai propri imprenditori il massimo dell’ascolto e del supporto”. 
Cardinali entra anche nel merito delle proteste in programma da oggi, venerdì 15 gennaio, “sono segnale - dice - di grandissimo disagio e sconforto, ma non esporremmo mai i nostri associati, e i nostri clienti, a rischi anche di carattere penali. Continuiamo a lavorare per rappresentare con forza le nostre ragioni”.
Oggi, infatti, 50 mila ristoratori in tutta Italia apriranno a pranzo a cena indipendentemente dalla restrizioni. Una protesta che si è diffusa nel web nel segno di #IOAPRO1501. Un atto di disobbedienza civile organizzato e regolamentato da un dpcm autonomo. Eventuali sanzioni saranno sostenute e prese in carico legalmente - così viene sostenuto - dalle associazioni che aderiscono all’iniziativa: un pool di 42 avvocati si è messo a disposizione ma nessuna garanzia di vittoria rispetto alle ammende. 
In Umbria il contrattacco non sembra prendere piede. E la posizione espressa dalla Fipe parla chiaro. Anche i singoli ristoratori rilanciano il no: “Noi la nostra parte l'abbiamo fatta”, rimarcano sottolineando tutte le misure prese per rendere il proprio locale Covid free.
Non mancano comunque attestati di partecipazione e sostegno come quello di Italia libera Perugia,che insieme a Il Popolo della Partite Iva e a Il Popolo del Lavoro, fa sapere “siamo pronti a sostenere questa lotta di lavoro e libertà - riporta una nota dell’associazione - affiancando, con la presenza fisica ma anche attraverso nostri uffici legali, i concittadini ristoratori che decideranno di tenere alzata la serranda”. E ancora, “Noi lo predichiamo fin dall'inizio: l’attuazione di una resistenza attiva a questa dittatura è l’unico modo per reagire; disobbedienza ai dpcm, sciopero fiscale, rottamazione totale di protesti, crif e cartelle esattoriali; gli esercenti non vogliono elemosina di Stato ma come minimo il blocco di ogni tassa per un anno”.