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Congresso Pd in Umbria, dopo i ricorsi spunta il nodo dell'incandidabilità. Chiesto il rinvio

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Alessandro Antonini
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Corsa ad ostacoli per la segreteria Pd. Qualcuno rischia di cadere. Dopo esposti e contro esposti sull’uso del simbolo, ieri doppia riunione della commissione congresso del Pd sul un nuovo nodo: l’incandidabilità. Martedì sera uno dei quattro nomi in corsa, Massimiliano Presciutti ha posto un quesito: c’è qualcuno che non si è dimesso dall’assembla nazionale prima di depositare le firme? I due interessati sono Francesco De Rebotti e Tommaso Bori. Non ha questo problema il quarto candidato, Alessandro Torrini. De Rebotti ha già fatto sapere di aver consegnato prima le dimissioni dall’assemblea. Ma serve la verifica. Si attende sapere la situazione di Bori, dato per favorito per la vittoria finale. A rigor di regolamento, questa ipotesi potrebbe mettere in discussione la candidatura. Viene citato l’articolo 5, comma 2 del regolamento regionale per l’elezione del segretario e dell’assemblea regionale, per cui “la carica di componente dell’assemblea regionale è incompatibile con quella di componente dell’assemblea nazionale. Qualora un componente dell’assemblea nazionale volesse candidarsi all’assemblea regionale, deve dimettersi entro la data di presentazione delle liste”. “Malgrado nel primo periodo del comma 2 si utilizzi la parola incompatibile”, è scritto nel quesito, “in luogo della parola incandidabile, il secondo periodo, laddove dispone perentoriamente l’obbligo di dimissioni antecedenti la presentazione delle liste, fuga ogni dubbio interpretativo circa le intenzioni del regolamento”. Per questo si chiede di sapere se i candidati Francesco De Rebotti e Tommaso Bori, abbiano rassegnato le dimissioni dall’assemblea nazionale del Pd prima della presentazione delle rispettive candidature. Qualora non abbiano ottemperato nei termini tassativamente previsti, si chiede di procedere alla ricusazione delle candidature inammissibili”. Fino a ieri non è giunta risposta. In commissione c’è chi ha proposto una “deroga” al regolamento con una soluzione politica. C’è chi invece ha provato a interpretare diversamente la norma, per evitare esclusioni. A Roma si è valutata la possibilità di prendere tempo, rinviando le consultazioni. Oggi è attesa una decisione.