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Perugia, lo spacciatore è condannato ma ha famiglia: può restare in Italia col permesso di soggiorno

Alessandro Antonini
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Lo spacciatore è condannato a tre anni in via definitiva: ma “tiene famiglia” e non può essere espulso.
E’ quanto prescrive la sentenza del Tar che ha accolto il ricorso di un nigeriano contro il provvedimento emesso dalla questura di Perugia, che aveva rigettato la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, perché condannato con sentenza definitiva del Tribunale di Bolzano alla pena di tre anni e 10 mesi di reclusione, più 12.000 euro di multa, per reati di droga.
Sul piatto della bilancia ha pesato di più il fatto che dopo il mancato rinnovo l’uomo ha avuto un figlio dalla compagna. Fatto che non era noto all’ufficio immigrazione. “Pur non potendosi imputare alla questura di Perugia alcuna mancanza circa la prospettata assenza di valutazioni in ordine alla situazione familiare del ricorrente”, è scritto nella sentenza, “non risultando che costui abbia mai comunicato la presenza in Italia della coniuge, né la nascita del figlio, peraltro intervenuta successivamente all’emanazione del provvedimento impugnato” il collegio dei giudici del Tribunale amministrativo dell’Umbria ritiene “che si debba comunque procedere al riesame della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno alla luce della rappresentata situazione familiare, onde tutelare adeguatamente il diritto all’unità familiare”. Un diritto “particolarmente pregnante” laddove si riscontri la presenza di figli minori. Questo in base a quanto disposto dal decreto legislativo 286 del 1998, secondo cui “in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali finalizzati a dare attuazione al diritto all’unità familiare e riguardanti i minori, deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del fanciullo, conformemente a quanto previsto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 176 del 1991”.
Prevale il diritto del minore, pur avendo il padre commesso reati “per i quali opera in astratto il meccanismo di automaticità tra condanna ostativa e diniego del permesso di soggiorno”. L’amministrazione pubblica è comunque tenuta ad operare “una valutazione discrezionale che tenga conto dell’interesse dello straniero e della sua famiglia alla conservazione dell’unità familiare”. Questo interesse è prevalente, pure se messo in comparazione con quello della comunità nazionale “ad allontanare un soggetto socialmente pericoloso”, come nel caso di specie, secondo il Tar dell’Umbria . Da qui l’annullamento del diniego del permesso di soggiorno. “Il provvedimento impugnato”, sentenzia il Tar, “deve essere annullato, fermo comunque restando il potere-dovere dell’amministrazione di pronunciarsi nuovamente sull’istanza di permesso di soggiorno del ricorrente alla luce della già situazione familiare”. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti.